domenica 22 gennaio 2012

MISTICA PAOLINA DENTRO LA FAMIGLIA PAOLINA

CRISTIFICARSI cioè far vivere Cristo in Noi
Prendendo lo spunto dal passo di Galati 2,20 “Non vivo più io, ma Cristo vive in me”. Cerchiamo di comprendere questa frase di San Paolo e vedere poi
anche per don Alberione l’importanza che ha voluto dare a questa citazione. Innanzitutto un altro consiglio che vi do è bene avere questo testo che qualche anno fa è stato ripubblicato lo studio che aveva fatto sulla Spiritualità Paolina don Giovanni Roatta ssp (Ormea, Cn, 1913 – Albano Laziale, Rm, 1985), entrato dodicenne nella casa paolina di Alba, fece parte del gruppo
di aspiranti checon il Maestro Timoteo Giaccardo, nel gennaio 1926, costituirono la prima comunità di Roma. Ordinato sacerdote il 25 luglio 1937, frequentò la facoltà di Teologia presso l’Ateneo romano di Sant’Anselmo, dove si laureò con una tesi sulla Divina Commedia. Durante la seconda guerra mondiale, prestò servizio di Cappellano militare nell’Aeronautica. Incaricato da don Alberione dello studio su Gesù Maestro, vi dedicò con passione anni di intense ricerche. Costituita nel 1956 la Provincia Brasiliana, don Roatta ne fu il primo Superiore Provinciale, partecipando in tal veste al primo Capitolo Generale SSP (Albano 1957) e successivamente al Capitolo Generale Speciale (1969-1971). Da allora si
dedicò a tempo pieno al Centro di Spiritualità Paolina, con sede nella Casa Divin Maestro ad Ariccia, ed esercitò una intensa animazione spirituale con la predicazione e gli scritti, tra cui il bollettino “Camminiamo in novità di vita” e i tre volumi Mariologia, Spirito Paolino, Via Verità e Vita. Una grave
forma tumorale ossea lo colpì negli ultimi anni, durante i quali egli seppe trasformare il suo dinamismo in un esemplare “apostolato della sofferenza”).
È il paolino che ha approfondito la spiritualità paolina e tutt’ora non c’è nulla di migliore. Nel volume SPIRITO PAOLINO – San Paolo e la Famiglia Paolina nel pensiero di Don Giacomo Alberione. Tanti paolini scrivo ma sono solo approfondimenti critici, ma fondamentalmente l’impostazione di studio è
quello che ha dato don Roatta non c’è ne migliore di questo.
Lui stesso racconta di come è nato questo volume. Si trovava al Capitolo Generale Speciale (1969-1971) siamo nell’epoca del passaggio il fondatore era morto c’era un clima di scetticismo, forse di saturazione delle cose che in maniera placata, pressante ha voluto dare. Probabilmente perché non si era compreso appieno l’importanza e don Roatta ricorda una battuta che ha
sentito come dire: “Basta con questo metodo Via, Verità e Vita… non ne possiamo più”. Da qui è partita la sua ricerca di approfondimento a capire la Spiritualità
del Fondatore, nella sua profondità evalore. Perché è innegabile l’insistenza cioè
o tutta la Famiglia Paolina vive questo o tradisce il pensiero stesso del Fondatore. Non è fare i compiti di servizio che è solo minimale; ma è l’agire per l’agire.
Per don Alberione ha sempre avuto questa chiarezza e un’insistenza (più si avvicinava alla fine e più è pressante che è portare Gesù Cristo al mondo e portarlo in tutte le sue dimensioni Via e Verità e Vita per don Alberione è la formula sintetica per dire la Totalità come l’ha compreso, vissuto e portato Paolo Apostolo sotto lo sguardo di Maria. Questa formula che comprende tutte queste dimensioni vuol dire che è la profondità, il modo con cui don Alberione intendeva l’Apostolato e gli Apostolati all’interno di tutta la Famiglia Paolina. Don Roatta ha realizzato queste riflessioni nel periodo subito dopo la morte del fondatore sono di una grande bellezza e profondità. In particolare provo a fare una specie di conteggio quanto di San Paolo è presente in don Giacomo Alberione
visto che siamo paolini, Famiglia Paolina. A partire dalle cose numeriche, quante volte cita San Paolo. E poi una volta visto questo: che cosa di San Paolo lo emoziona di più a don Alberione? Non ha esaminato tutti gli scritti, ma i più importanti che aveva a disposizione. Don Roatta fa questo conteggio tenuto conto che tutto l’Epistolario paolino anche quello che non è di Paolo lettera agli Ebrei compresi sono 100 capitoli 2321 versetti in questo controllo ha trovato in don Alberione 3520 citazioni di San Paolo con un totale di 988 versetti cioè quasi la metà dell’Epistolario paolino si ritrova tutto citato da don Alberione. Vedendo poi le frequenze; qual è o quali sono i versetti più
citati di San Paolo si accorge di un primato assoluto per ben 150 volte è citato Galati 2,20. Questo versetto don Alberione nei suoi scritti ha citato più volte; al di là del valore quantitativo numerico don Roatta capisce che c’è un valore qualitativo cioè è il punto privilegiato attraverso cui don Alberione ha assunto Paolo. Uso parole suggestive per esprimere questo concetto: se
vogliamo abbracciare la totalità delle cose bisogna andare in montagna e salire in cima per avere una visione totale del panorama. Finché rimani a mezzo monte non riesci a vedere fino in fondo. La cima ideale per don Alberione è proprio Galati 2,20; da questa cima comprendiamo nella profondità Paolo e in questa cima capiamo in che modo don Alberione ci ha consegnato San Paolo. Questo per capire l’importanza di questo versetto e con cui cominciamo il Nuovo Anno nelle meditazioni. Don Alberione ha coniato questa espressione nella Cristificazione cioè il diventare Cristo che tra l’altro è il modello, il modo e la dinamica della spiritualità paolina. Cioè il fine è diventare Cristo. Senza questa trasformazione interiore non esiste il Paolo vivo oggi. Ci sono paolini e paoline di tutti gli istituti che fanno cose meritorie ma non vivono la
spiritualità paolina. Sarebbe come un carmelitano che non avesse la più pallida idea che cosa voleva dire Teresa D’Avila che bisogna penetrare nella stanza più intima del Castello Interiore senza la quale non esiste il carmelitano. Per renderci conto dell’importanza prima di andare a quello che ci propone don
Roatta vediamo un pò quando e come San Paolo ha scritto questo versetto semplicissimo ma di una grande profondità. Ricordiamo tutti che la lettera ai Galati 2,20 è una lettera polemica. Paolo ha fondato queste comunità nella Galazia durante la sua infermità e poi queste comunità sono state turbate dagli avversari di Paolo i quali sostenevano che senza assumere la legge; il Vangelo che Paolo ha portato è incompleto. Paolo reagisce duramente, fortemente a quanto gli avversari sostengono. In questa reazione cerca di spiegare perché.
Questi versetti sono inseriti da Paolo capitolo 2 nel contesto di quello che è un pensiero centrale nelle lettere paoline cioè la GIUSTIFICAZIONE [Paolo affronta il problema della giustificazione e inizia con un aspro rimprovero ai Galati cf vv. 1.3 colpevoli di aver abbandonato l’insegnamento su Cristo
crocifisso e aver dimenticato l’esperienza dello Spirito e dei suoi carismi, ricevuti non per aver compiuto le opere della Legge perché nessuno è in grado di osservarla pienamente e quindi cade sotto la maledizione 3,10: la Legge
infatti ordina è condanna mentre solo per la fede l’uomo diventa giusto e vivrà.] Galati 2, 15 15 Noi, che per nascita siamo Giudei e non
pagani peccatori, sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per esseregiustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno. Paolo dice che questi avversari non capiscono una cosa che noi Giudei qui Paolo parla che lui è un grande osservante della Legge perché istruito, educato nella tradizione farisaica, all’interno di questa tradizione Paolo ammette con certo orgoglio che lui era irreprensibile, osservante della Legge cioè uno che ci teneva. Però una volta conosciuto il Cristo e la sua Parola, Paolo ha capito che la legge non porta alla conoscenza e osservanza. Noi Giudei che siamo osservanti della Legge abbiamo capito che in Gesù Cristo è la Salvezza non nella Legge, nel nostro sforzo di fedeltà all’osservanza della Legge. Perché se è la Legge cosa ci serve tutto questo sforzo? Avevamo già la Legge. Ma se questo vale per noi che il nostro tesoro è Gesù Cristo; alle comunità pagane qual è il cuore cioè la cosa più importante che dobbiamo dare? Galati 2, 19 In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, 20 e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. 21 Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano. Questo versetto Galati 2,20 è incastonato dentro questa dottrina centrale della giustificazione. Addirittura ritornare all’idea centrale dell’importanza della Legge nell’osservare vuol dire rendere vana la Grazia di Dio.
Se viene dalla legge la salvezza, Cristo è morto invano? Allora che cos’è, cosa vale? Cioè Gesù Cristo per noi e una “cosa” tra le altre? O è l’unica cosa. È chiaro di Paolo l’esperienza che ha fatto del Cristo Risorto è unica. Ed allora c’è una morte alla vita di prima: Sono stato crocifisso, come Cristo ha sperimentato la
morte portando salvezza, la sua crocifissione porta alla redenzione, così anche c’è bisogno di una crocifissione nostra (dice San Paolo con una metafora) con una crocifissione dell’io… non più io vivo ma Cristo vive in me. Ma perché deve
essere crocifisso l’io? Non necessariamente sta parlando dell’io peccaminoso anzi detta così sembra banale, invece qui San Paolo accentua molto di più parlando dell’io orgoglioso, è l’io che pensa che con la sua bravura, con le sue buone azioni, con la sua fedeltà si è guadagnato la salvezza, l’io che si pensa protagonista della sua salvezza, sono io che mi salvo, cerco di essere bravo, osservo tutta la legge che Dio mi ha dato, poi mi presento davanti a Dio io ho fatto quello che mi hai detto, adesso tu (Dio) sei in debito con me. San Paolo dice: il nostro io orgoglioso va crocifisso così come Dio ha sperimentato l’umiliazione, la debolezza per portare salvezza. Ed allora questo io di prima
del Paolo bravo osservante della legge che in questa osservanza si gloria, e rivendica i titoli di merito davanti a Dio è ormai morto. Sono stato crocifisso con Cristo non io vivo è Cristo che vive in me. Questa vita che io vivo nella carne e nel corpo… cosa vuol dire? È la vita concreta cioè: non è una cosa idealizzata che Cristo Vive in Me con la fantasia; qui sta parlando della vita
di ogni giorno, la vita nella carne, nel mio impegno, la vita nelle mie fatiche, questa vita concreta la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato ed ha dato se stesso per me. Ormai la mia vita è in rapporto a Cristo nell’apertura a Lui. Questo vuol dire vive Cristo in me. La vita che io vivo quaggiù è tutta all’insegna della luce di Cristo. Del Figlio di Dio che mi ha amato e si è consegnato a me ed ha consegnato se stesso a me. Cosi tradotto
nella Nuova Traduzione la parola è Consegnarsi e qui concludo la parte propria paolina: Se Cristo si è Consegnato a me che paura ho io di consegnarmi a lui?
Vivere la vita di fedeltà a Dio soltanto come qualcosa che riguarda me, che riguarda il mio io; io devo essere bravo ad afferrare a strappare la salvezza vuol dire la paura di consegnarsi ancora a qualcuno. Ma il Figlio di Dio si è consegnato a me ed la mia vita, la mia salvezza la consegno a Lui. È una consegna d’amore è proprio tutto un altro modo di vivere l’esperienza religiosa. Se veramente questo versetto dice il cuore, l’esperienza più profonda di Paolo perché è vero: non è casuale che don Alberione abbia centrato molto su questo versetto; perché ha
capito che Paolo qui non si comprende nelle fibre più intime quello che è avvenuto in lui, lo rivela, lo trapela, lo trasuda da questo versetto che più in tutto il resto dell’Epistolario paolino cioè è la trasformazione interiore che è avvenuta in Paolo. E questo rapporto profondo, unico che lega lui è Cristo tanto che può dire ed affermare: è Cristo che vive in me. Se per don
Alberione è così l’ideale e la missione della Famiglia Paolina Vivere e Dare Cristo al Mondo; è il Cristo completo, il Cristo totale. Don Alberione ha compreso che in questa affermazione di Paolo Cristo Vive in Me, c’è l’apostolo che ha fatto suo tutto il mistero di Cristo, si è aperto in lui e questa è la via spirituale per poter donare Cristo al mondo. Cosa doni se non è Vivo in te
Cristo e se non ti sei consegnato a lui? Ecco allora la parola d’ordine di don Alberione: Cristificarsi cioè far vivere Cristo in noi. Su questo punto don Roatta sulla centralità di Galati 2,20 ha esteso tutto un capitolo che è molto bello. Se la piena trasformazione di Paolo è avvenuta e la fa comprendere in
questo versetto allora Galati 2,20 è il punto sintesi della Spiritualità paolina e qui cita quanto dice don Alberione in una citazione che troviamo nel mese di Spiritualità ai Paolini del 1960 “ Ut perfectus sit Homo Dei ” terza settimana n° 187 – 188 < La Famiglia Paolina ha una sola Spiritualità vivere
integralmente Tutto il Vangelo, vivere del Divin Maestro in quanto Lui è la Via, la Verità e la Vita, viverlo come lo ha compreso il suo discepolo San Paolo “Vivo io ma non più io, è il Cristo che vive in me”, la mente di Gesù, il cuore di Gesù, la volontà di Gesù. Essere Membra vive operanti nel Corpo
Mistico di Gesù Cristo. Ecco allora abbiamo una prima indicazione: la mente di Gesù, il cuore di Gesù, la volontà di Gesù. Non la mia volontà ma quella di Gesù; non quello che penso io, il pensiero di Gesù, non il mio piccolo cuore ma, il cuore di Gesù. Come nell’uomo avviene uno sviluppo cioè
avviene una trasformazione, avviene uno sviluppo anche umano-interiore cioè spirituale. Per don Alberione il culmine, il vertice di questa trasformazione è quando ogni uomo raggiunge la piena maturità spirituale potrà dire: Non Vivo io ma è Cristo che vive in me. Dice ancora “Gesù Cristo è un pensiero il Divino-Innesto della natura” qui avviene una rivoluzione. Don Alberione in una
circolare paolina “Carissimi in San Paolo” dice così ; Saremo Santi nella misura in cui viviamo la vita di Gesù Cristo o meglio secondo la misura in cui Gesù Cristo vive in noi ed è quello che San Paolo dice di se “Non Vivo io ma è
Cristo che vive in me”. Una è la santificazione vivere Gesù Cristo e viverlo sempre meglio… essere santi è solo questo: Vivere la vita di Gesù o meglio ancora lasciar vivere Gesù in noi. Questo vivere in Cristo che si traduce far vivere Cristo! Quando noi ci siamo spogliati di noi stessi… (potrebbe essere un paragone per aiutare a capire) la nostra casa messa a confronto con altre è la
migliore perché è la nostra casa. Se dobbiamo traslocare abbandoniamo la nostra casa magari che non è adatta alle nostre esigenze e mi porto tutte le mie cose.
Il Vivere il Cristo è il nostro divino trasloco cioè lasciare la nostra vecchia casa con tutte le cianfrusaglie e andare a Vivere nella casa con il Cristo abbandonarci a Lui ( ci stai bene a vivere nel tuo io? Non è molto più bello vivere in Cristo?) per questo motivo bisogna traslocare per Essere in Cristo che è l’abitazione dello stare bene. Ma nel traslocare del tuo io avviene questo fenomeno che tu scopri che la Verità più profonda è Cristo che sta venendo ad abitare in te cioè fuori dalla metafora che aiuta a capire non a caso si parla di in-abitazione. Il mistero spirituale è la metafora dell’abitare. Il mistero Trinitario nella sua profondità dove le tre persone sono pienamente unite nell’amore che uno abita nell’altro cioè è talmente nell’altro che formano un Unico Dio. Quando tu rinunci a vivere nel tuo io che non è la cosa migliore del mondo perché abiti in Cristo e Cristo abita in te; avviene un unione tra i due tu ed il Cristo che è a modello della Trinità e non puoi più separarti ciò che è di Cristo e ciò che è mio.
Il naturale ed il soprannaturale si fondono. Cristo che vive in me non è solo un bel pensiero è una realtà spirituale. Ecco allora che don Alberione al punto quando dice: l’Esame di Coscienza che bisogna fare è: Chiedersi di tanto in tanto Cristo Vive in me? Una domanda brevissima. Com’è adesso il mio cuore, la mia testa, il mio comportamento? (Ecco come don Alberione tiene a questo perché aveva capito il Vertice della vita spirituale) è una domanda che si può fare 10 o 20 volte al giorno
e che ci da la possibilità di rimettere la mente, la volontà ed il cuore in Gesù Cristo.
In questo momento posso dire: Vive in me Gesù Cristo? Un istante uno sguardo a noi che siamo realmente e se la nostra vocazione la viviamo in Cristo.
Siamo gente che fa delle cose buone ( il Paolo di prima faceva cose buone, viveva nello zelo straordinario nell’osservanza della legge. Ma il Paolo cristiano è perché ha lasciato entrare Cristo in lui) Noi Famiglia Paolina entriamo nella realtà più profonda dell’Essere Paolini quando come Paolo e sul modo di Paolo spalanchiamo la porta del cuore. (frase detta anche da Giovanni Paolo II Spalancate le porte a Cristo) è Lui la porta del cuore… questo dovremmo dirlo continuamente.
Ma, Cristo vive in me? Nei miei pensieri c’è Lui davvero? C’è nel mio cuore?
C’è in quello che voglio? C’è nel mio comportamento? Tutto deve essere Vissuto in Cristo. Da quando preghiamo, lavoriamo, nello stare insieme agli altri, nel tempo libero. Cioè vivere la vita in Cristo nella carne innestata ogni giorno. Tutto questo si realizza in modo particolare nell’Eucaristia. La messa del religioso per don Alberione è realizzare questo. Lui dice così sono due i momenti nella messa che noi viviamo: Gesù Cristo e l’anima religiosa. Sono in conflitto in croce con Gesù
(San Paolo: sono stato crocifisso con Gesù) e vivo non io ma Gesù vive in me. Non basta che solo Gesù si offra, se io non crocifiggo il mio io non lascio vivere Cristo in me. L’essere consacrati, l’anima religiosa vuol dire questo. Don Alberione parla di una mistica crocifissione che avviene con in tre voti.
Il religioso dice don Alberione a confitto con i chiodi quello che è la sua volontà, la sua sensibilità, lasciando agire il Signore. Perché non vuole più possedere niente solo Cristo. È un chiodo che blocca la mano, no vuole amare nessuno se non in Cristo per questo Cristo abbraccia il mondo intero nella Castità. Non vuole più fare un cammino che non sia diretto da Cristo (non la mia volontà ma la tua) ecco allora il chiodo dei piedi non vanno dove
vogliono loro. Lasci che sia Dio a condurre. Perché in fondo può essere bello dirlo ma in realtà è doloroso perché ci sono le esigenze dell’io che vuole essere lui il protagonista e fare quello che vuole, quello che pensa meglio.
Attraverso la morte dell’io viene fuori la vita divina. Dio non ci vuole morti, Dio ci vuole vivi; ma quando Dio è vivo in noi siamo vivi realmente. Quando facciamo vincere noi stessi è una vittoria che non serve a niente. Per don Alberione tutti i religiosi sono chiamati ed hanno le Grazie per arrivare fino al matrimonio spirituale quello che nella mistica classica è “Come una sposa si
Unisce al Suo Sposo” che è il Vivere in Cristo. Talmente intimo Cristo a me che siamo una cosa sola. Alle Suore Pie Discepole don Alberione dice questo: Questa immedesimazione in Gesù Cristo è una Via Immensa, quando Gesù ha introdotto la sua sposa nella cella privata del suo amore, delle sua intimità; sono
misteriose e riservate le cose che gli dice. Così come quelle descritte nel Cantico dei Cantici. Seguite la dottrina di San Paolo il primo mistico, voi appartenete a Cristo a Lui solo, penetrate quanto più possibile in Cristo nei suoi pensieri, nella perfetta sua adorazione, nella lode che egli da al Padre fino a poter dire: Cristo vive in me”. Don Alberione si rende conto che questa
trasformazione sarà realizzata pienamente in cielo, qui in terra comincia, germoglia e fiorisce in cielo. Pensiero di don Alberione “ L’amore deve operare in noi una trasformazione, deve portarci fino a poter dire con nostro Padre San Paolo:
Vivo ma non più io è Cristo che vive in me. Questa trasformazione sarà operata perfettamente in cielo dove non penseremo più con la nostra testa, non ameremo
più con il nostro cuore, non opereremo più con le nostre mani, pur vivendo ancora noi saremo membra di Gesù Cristo vivente, quindi la nostra mente, il cuore, le mani, tutto sarà in Gesù Cristo. Saremo del tutto trasformati in Lui ed Egli in noi pur amando e pensando come uomini saremo in Gesù Cristo Vita
vera nell’anima. Ma tutto ha inizio sulla terra che sarà compimento in cielo.
Qui c’è una Mistica Paolina queste sono cose che poco si dicono, eppure per don Alberione era chiarissimo c’è un cammino spirituale profondo, straordinario.
Don Alberione dice: Se ci chiedono qual è lo Spirito Paolino dobbiamo saper rispondere che è Vivere in Gesù Cristo come è stato presentato a noi da San Paolo. Solo quando potremmo dire: Non sono più io che Vivo, ma è Cristo che Vive in me, avremmo raggiunto la perfezione cristiana”. Il nostro apostolato è tutta conseguenza di questo. Si va a bere la vita, a mangiare Gesù, si ripartirà poi portando innanzi a se Gesù ovunque lasciando che viva egli solo e operi rimanendo nell’opera nascosto in lui e per lui sperduti perché non vivo
più io ma Cristo vive in me. Nel nostro apostolato è Gesù che agisce, che opera ed i frutti saranno molto di più. Finché agisci tu, qualcosa di buono puoi farlo ma certamente non arriveranno mai i miracoli di Grazia di quando non lasci agire Gesù Cristo. Nel foglio che mi è stato dato non c’è studio migliore della sulla Spiritualità Paolina don Giovanni Roatta ssp “Spirito Paolino - San Paolo e la Famiglia Paolina nel pensiero di Don Giacomo Alberione. In modi diversi le citazioni riportate dicono un po’ questo: qui è riportato nella traccia lasciata per questo ritiro la MISTICA CROCIFISSIONE Religiosa è stata compiuta con TRE Chiodi POVERTA’ – CASTITA’ – OBBEDIENZA e questa dopo la Messa ed il martirio è l’Atto più Grande. E la perfezione religiosa, cristiana, sacerdotale è stabilirsi totalmente in Gesù Cristo Maestro Via e Verità e Vita.
Un brano, una riflessione molto bella che è un inedito nella voce di don Alberione in cui non si sa bene quando e dove l’ha detto… è stata sbobinata… Bisogna in sostanza che il nostro pensiero e la nostra attività vengano ad unirsi in Gesù Cristo che formiamo interiormente un solo pensiero e facciamo esteriormente un’attività conformata all’attività di Gesù Cristo per sempre più
orientare le anime verso Gesù Cristo – Cristificarsi. Ecco quella preghiera che io scompaia, che io sia assorbito da Cristo poi in altre parole o Verbo Eterno voglio passare la vita a sentirti a nutrirmi di te, che io sia un prolungamento di te, un docilissimo strumento. Vi è un’unica meta per i veri santi, un’unica consegna: Vivit Vero In Me Christus. Siamo dei prolungamenti di Gesù che ha trovato in noi dei docilissimi strumenti e ci fa muovere, ci predispone, ci chiama e ci fa passare per varie circostanze e per difficoltà, qualche volta anche per momenti di consolazione sempre Lui in Tutto. Questa necessità di centrare la nostra devozione in Lui è assoluta perché non c’è salvezza fuori di Lui. Ed allora bisogna passare necessariamente da Lui ed avere quindi propri i suoi pensieri. La nostra mente che sia la sua cioè egli con la sua mente domini, guidi, illumini la nostra mente. Noi dobbiamo avere il cuore rivolto al Padre, rivolto alle anime. Non solo pensare Vivo con Cristo ma sia proprio lui l’attore il vero regista. Egli Tutto in Tutto sempre. Possiamo lasciar vivere Cristo in noi? Non lo cacciamo? Non lo dimentichiamo? Lo amiamo? Sentiamo che
Egli è in noi e che è Lui che ci fa parlare, che ci fa muovere, che ci fa agire, che ci fa tralasciare una cosa perché non piace a Lui o che c’è ne fa abbracciare un’altra perché piace a Lui. Non è il nostro gusto che ci fa abbracciare una cosa e lasciare un’altra, ma perché non piace o la vuole Lui. Vivit Vero In Me Christus che svaniamo noi e che innalziamo Lui perché questo è il Mistero del Cristo: essere il Capo e noi le membra vive, l’immagine del Corpo Mistico.
Com’è bella la nostra devozione e come è più facile l’operare anche nei casi più difficili. Com’è più facile dominare i sensi, dominare le passioni e orientarle verso Dio. Allora noi siamo come sopra il nostro essere umano, sentiamo di essere mossi da un Dio e che le nostre opere sono divine perché il pensiero che le ha guidate sono di Gesù Cristo. La mossa interiore e dell’amore
è di Gesù Cristo e la volontà che viene a determinarsi è di Gesù Cristo. Egli è il capo di muovere la mano, di muovere il piede, e fare quest’azione di andare, venire, sentire, parlare, secondo i casi: Egli opera in noi. che ci abbia talmente assorbiti che quasi più non sentiamo la natura; ma questo è un’ideale.
Tuttavia è il centro della devozione ed è la meta che i paolini hanno da raggiungere.
Lasciamo davvero che la nostra vita sia all’insegna del Cristo, perché non sia un puro ideale. La nostra vita sia vissuta nella fede di una persona che mi ha amato e si è consegnato a me nell’Amore. È un Amore che contraccambia l’Amore:
io mi consegno a chi si è consegnato a me. E se una vita è nella fede in Dio e nell’Amore in Lui è una vita che ha una sola Speranza che è la vita Teologale.
Ma la Mistica Cristiana è nella vita Teologale ma vissuta non in una piccola percentuale ma quando è nella Totalità. Oggi la Chiesa il mondo vive momenti di bisogno come i primi tempi apostolici. Oggi c’è bisogno di una Nuova Evangelizzazione… c’è bisogno più che mai Oggi di veri Apostoli partendo dall’esperienza con il Cristo Vivo come l’apostolo Paolo che è il centro e culmine della nostra Spiritualità paolina.
Dott.ssa Giusy Ficarra

martedì 3 gennaio 2012

OFFERTA SPECIALE

La parola che fa correre velocemente la gente verso un obiettivo, che fa dimenticare la fatica e che non fa considerare come sprecato il tempo che si sta impiegando è “OFFERTA SPECIALE” !!! Vi è capitato mai di passare davanti ad un centro commerciale il giorno che iniziano gli sconti o quando ci sono le offerte speciali? Gente che fa la fila ancora prima che vengano aperti, addirittura dalla notte precedente, gente che attende ore ed ore per riuscire ad accaparrarsi qualche articolo che è in offerta speciale! Ed uscirne felici come se fino a quel momento non avessero vissuto senza quell’oggetto! È capitato anche a me di farlo, ma essendo in un piccolo paese era tutto molto ridotto rispetto alle grandi città e ho fatto solo un quarto d’ora di fila prima dell’apertura del negozio (altrimenti non l’avrei fatto), e riflettevo sul fatto che Gesù è in OFFERTA SPECIALE tutto l’anno!!! Ma forse sono davvero in pochi a saperlo! E allora…. UDITE UDITE! Meravigliosa OFFERTA SPECIALE! Quest’anno Gesù è in OFFERTA SPECIALE ! anzi, è completamente GRATIS!!!! Dio ci dona suo Figlio, e non si paga nulla!!! Da quest’anno puoi festeggiare il Natale anche se c’è la crisi! senza cenoni, addobbi costosi, regali (a volte inutili) che ti svuotano il portafoglio e ti fanno impiegare un sacco di tempo a cercarli. Per festeggiarlo devi solo aprire il tuo cuore ed accogliere la Tenerezza di un Dio che si fa Bambino, coccolarlo ed amarlo perché Lui viene per questo! Per donarti il Suo Amore e per starti vicino! Si… però… dai! Lo sappiamo che quando c’è scritto “offerta speciale” c’è sempre una fregatura e che nessuno regala niente per niente! Avete ragione, la “fregatura” sta nel fatto che amarlo come Lui ci ama, vedere il suo volto nei fratelli che ci stanno accanto (in tutti non solo in quelli simpatici), credere incondizionatamente in Lui e fare ciò che ci chiede è difficile! Però… però è così bello che quando ci si prende il “vizio” di Amare non si riesce più a smettere!!!! Auguri! Con o senza offerta, ma in ogni caso Auguri speciali! Per un Natale dove l’Amore (che poi è sempre Lui!) sia il vero protagonista!!!!

Maria dall'Angelo ha la prima Rivelazione del Figlio, ma ancora parziale; poi la Rivelazione sarà ingrandita da Simeone, per la profezia della "spada nel cuore"(Lc 2,35). Solo Giovanni la completerà con l'assistenza al Figlio sotto la Croce (Gv 19,25); Luca è della seconda generazione apostolica, e quindi, da storico avveduto, si è di certo documentato, ad esempio per la genealogia di Gesù(Lc 3,23-38) negli archivi sacerdotali del tempio. Ma come avvertiva S. Ignazio d'Antiochia, aveva due divini Archivi, l'A. T. e il cuore della Madre di Dio. (Ernesto Della Corte)

Solo mediante le figure del padre e della madre terreni possiamo rappresentare tutta la ricchezza della paternità divina. Perciò possiamo dire, senza ledere la comprensione dogmatica, che il Padre nella generazione del Figlio e nella spirazione (con il Figlio e attraverso il Figlio) dello Spirito Santo può essere chiamato anche madre. Diremmo dunque meglio, per essere fedeli ai suggerimenti del linguaggio biblico che presenta Dio tanto sotto i tratti paterni quanto sotto i tratti materni, che il Padre è materno e la Madre è paterna. In una parola, per definire chi è il Padre, non bastano le caratteristiche del padre terreno. Dobbiamo aggiungervi anche le perfezioni della madre. (L. Boff).

Egli nacque non in casa sua, ma per la via, per far capire ch’egli, assumendo la natura umana, nasceva in una veste che non era la sua. Non era sua, s’intende, perché, essendo Dio, la sua propria natura è la divina. La natura umana gli apparteneva, perché Dio è padrone di tutto, e perciò sta scritto: Venne a casa sua. Nella sua natura divina ci stava, nei primi tempi, nella nostra ci venne in un’epoca della nostra storia. Perciò, se colui che è eterno, si fa nostro compagno nel tempo, possiamo dire che viene in un campo che gli è estraneo. E poiché il profeta dice: ogni uomo è fieno, il Signore, fattosi uomo, cambiò il nostro fieno in grano, poiché egli dice di se stesso: Se il chicco di frumento non cade in terra e non muore, rimane solo. Perciò anche appena nato, è messo nella mangiatoia, perché nutrisse tutti i fedeli, rappresentati dagli animali, col frumento della sua carne. (S. Gregorio Magno) Come Cesare Augusto mandò Cirino a riscuotere il censo, così Dio, vero Augusto, mandò i suoi predicatori nel mondo a riscuotere il censo della fede. Diamo allora il censo della fede e delle buone azioni. Non resti nessuno a casa, usciamo tutti dalla Galilea, cioè dalla volubilità del mondo, e andiamo nella Giudea della retta fede, per meritare di essere Betlemme, la casa del pane di colui che dice: Io sono il pane vivo venuto dal cielo. (Anonimo,Secolo IX)

Pare che nella seconda parte della sua esistenza Teresa abbia rinunciato ad attendersi da Maria il soccorso visibile, estatico del “sorriso” e del miracolo. Vediamo sempre di più dominare in lei l’idea che Maria non deve presentare nella sua via, nella sua vita–niente di soprannaturale: perché tutto di lei sia universalmente imitabile. Per questo Teresa insiste sull’aspetto ordinario della Vergine sull’aspetto da tutti imitabile. Sembra sia stata anche l’idea di san Luca.(J. Guitton).


Dott. Giusy Ficarra

domenica 18 dicembre 2011

DAVANTI AL BAMBINO DI BETLEMME ALLA SCUOLA DEL PICCOLO MAESTRO

“La prima cattedra di Gesù é il Presepio, dove il silenzio insegna l’umiltà , la povertà e la pazienza.” Carissimi, Auguri di Natale a voi tutti e alle vostre famiglie !

Nella stalla di Betlemme é offerto il bambino- il Figlio unigenito di Dio: la verità e l’amore entrano nella storia del mondo. Questo é il vero senso del Natale é il giorno in cui nasce la luce vera. Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Gv 1, 1-5


“ Il Verbo si fa carne


L’Avvento apre un tempo di grazia che realizza e giunge al culmine nel mistero profondo dell’incarnazione. Il Verbo rivestito di tutta la sua divinità, entra nella sfera umana. Realizza il suo ingresso nel mondo facendosi “carne” cioè nella debolezza e fragilità umana.


Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Fil 2, 6-7


Gesù è il Messia colui che ha creato il mondo, che entra nella storia, e rivive nella sua vita, nella sua carne, nella sua persona, il dramma, la sofferenza del suo popolo. Egli è il Nuovo Israele.


La nascita di Cristo, é l’avvenimento che pone Gesù al centro della storia. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Lc 24, 27 Questo testo di Luca porta a identificare il tempo di Cristo come il centro e il punto definitivo della storia della salvezza. La legge e i profeti sono orientati a lui e solo in lui trovano pieno compimento. Ma Cristo è il centro della storia perché è il culmine e la pienezza della rivelazione. Cristo è l’evento unico e irripetibile, una volta per tutte, mediante il quale Dio ha rivolto la sua parola agli uomini in maniera diretta e senza più bisogno di alcun’altra mediazione. Il fatto sconvolgente che investe di gioia tutto il popolo, l’Atteso è arrivato Dio che si fa uomo ed entra nell’umanità con la forza dell’infinito-eterno e con l’umiltà e la debolezza di un bambino.


La nascita di Gesù è compimento e realizzazione, “nato oggi” sono le parole di un annuncio straordinario sottolineano la contemporaneità della salvezza. É l’opposto del ricordo sbiadito di un fatto lontano nel tempo. Natale é Dio che diventa cittadino di Israele per essere cittadino del mondo, un uomo storico, figlio del suo tempo, della sua civiltà , della sua cultura , é Dio per tutti i tempi, per tutte le civiltà e per tutte le culture .


Natale é l’annuncio della realtà del grande mistero dell’Incarnazione. Gesù nasce, viene avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Muore viene avvolto in un lenzuolo con le fasce e deposto in una tomba – sepolcro. Le fasce della nascita mi rimanda alle fasce della sepoltura. La mangiatoia mi rimanda al sepolcro.


Nascendo si consegna nelle nostre mani, san Paolo ai Corinti 10, 17 dice:” C’è un solo pane; per questo noi pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico Pane di vita eterna, allo scopo di manifestare un segno di vita nella nostra quotidiana esistenza.,


“Per la nostra salvezza “


Gesù nasce . Dio compie un gesto d’Amore verso di noi .


Adesso tocca a ciascuno di noi accogliere il SALVATORE. I pastori accolgono l’annuncio degli angeli divenendo esemplare risposta .


La nascita di Gesù nella povertà e nella precarietà é sfida aperta. Ognuno di noi lo cerchi nelle cose semplici.


Solo chi é disposto a cercare Gesù nella via stretta del Vangelo, nella debolezza e sobrietà di vita , lo troverà. E’ Lui la nostra salvezza”.


Carissimi, cristiani testimoni del Bambino nato dentro di noi, la nostra vita ha preso una prospettiva di luce. Allora come figli della Luce vi Auguro Buone Feste piene di benedizioni.


Sono certa che il Bambino Gesù ci verrà incontro , tutto dipende da noi.


Davanti al bambino di Betlemme, pensiamo e preghiamo per i bambini, i giovani ma soprattutto per le famiglie il nostro futuro.


Grazie a chi mi vuole bene!


Vostra dott. Giusy Ficarra


martedì 6 dicembre 2011

IL SILENZIO E' IL VESTITO DELL'ATTESA

«A mo’ di immagine, partirò dall’esperienza di certi monaci dei primi tempi della chiesa, nel III e IV secolo. Di notte essi stavano in piedi, nella posizione dell’attesa. Si ergevano lì all’aperto, dritti come alberi, con le mani alzate verso il cielo, rivolti verso il luogo dell’orizzonte da cui doveva venire il sole del mattino. Tutta la notte il loro corpo abitato dal desiderio attendeva il levar del giorno. Era la loro preghiera. Non avevano parole. Che bisogno c’era di parole? La loro parola era il loro stesso corpo in travaglio e in attesa. Questa fatica del desiderio era la loro preghiera silenziosa. Erano là, semplicemente. E quando al mattino i primi raggi del sole raggiungevano la palma delle loro mani, essi potevano fermarsi e riposare. Il sole era giunto».(Michel De Certau, Mai senza l’altro, Qiqajon, Magnano (BI), 1993, 22-23)

Il mondo e la vita, per il credente, sono una finestra aperta sull’orizzonte. La veglia ci pone su un piano alto del vivere, in confronto con il futuro. Indica una tensione di tutto l’essere, che parte dal cuore e coinvolge le fibre più intime dell’esistenza.

Ci sprona a metterci in sintonia con i battiti del cuore e con essi scandire gli attimi dell’attesa e vestirli di movimento e di tensione. Occorre attendere al ritmo del cuore, lasciarsi guidare dal cuore, confrontarsi con il futuro, al ritmo del cuore. Vivere la tensione dell’arco, sempre pronto a scattare al minimo tocco. Incarnare la tensione del futuro. Viverlo, anticiparlo e pregustarlo nel presente. La veglia soprattutto ci porta sempre di nuovo alla finestra e ci spinge ad aprirla perché essa, se è chiusa rappresenta, la paura e l’insicurezza, il rifiuto del mondo esterno e del futuro, l’isolamento.

Invece aperta esprime una dimensione spirituale profonda: la disponibilità, la ricerca, l’attesa. A Pentecoste il vento gagliardo spalanca tutte le finestre e vince le nostre resistenze. Così l’uomo spirituale si caratterizza con le finestre aperte al soffio dello Spirito, alla novità, all’esterno e al futuro. Non sa stare e non può stare con le finestre chiuse perché si sentirebbe morire ma la sua vita e la sua dimensione di essere è nell’apertura,nell’ascolto e nell’accoglienza della brezza, del vento … Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore ... Dopo il vento ci fu un terremoto … Dopo il terremoto ci fu un fuoco ... Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna.Ed ecco,sentì una voce che gli diceva:«Che fai qui, Elia? (1Re 19, 11 – 13)

Il posto del credente è alla porta o alla finestra. Sta lì ad osservare cosa c’è di nuovo sotto il sole, ad interrogarsi e ad accogliere la vita e il movimento dell’esterno. È esaltante trovarsi attesi, quando ci si reca da qualche persona cara. Trovare l’atro alla porta, senza avere la necessità di chiedere informazioni o di bussare. Si è come avvolti o rivestiti della gioia di quell’attesa, di quel vissuto, fatto di ansia e di trepidazione. Ci si colloca in quei panni dell’attesa, di un amore che attende, un amore sollecito, che veglia, che sorprende e previene. L’amore giunge sempre prima, non ritarda mai, non si fa attendere. È sempre capace di stupirci e sorprenderci, non si fa cercare ma ci previene. Pensiamo al buon israelita che scopre di essere atteso da sempre dal Signore: Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore». E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme! (Sl 122, 1 – 2).

Il nostro mondo è una finestra, entra in una finestra, si fa piccolo quanto la nostra finestra della vita e fa grande la nostra finestra quanto il mondo.

Il Pellico, ne “Le “Mie prigioni” esprime in maniera efficace lo stare alla finestra, il rapportarsi con il mondo esterno attraverso la finestra, il cogliere le voci della finestra, il rapporto con gli altri attraverso le voci provenienti dalla finestra. Per molti la finestra è tutto ciò che hanno del mondo e del futuro. Pensiamo ai carcerati e agli ammalati in un letto di ospedale. Le finestre panoramiche, che offrono un profondo orizzonte di visuale, di verde, di spazio, di campi, influiscono anche sul benessere della persona, sulla sua formazione e sul carattere. La nostra finestra giunge fino a Dio, ci conduce, ci collega a Lui. Pensiamo a tutte le finestre della Bibbia, del Nuovo e del Vecchio Testamento: Abramo, Tobia, il padre misericordioso che rappresentano l’attesa di Dio del ritorno del Suo popolo e la nostra attesa del Dio che viene.

La nostra vocazione è avere un cuore alla finestra, un amore che non cede e non si arrende,più grande della notte e delle tenebre,un amore controcorrente e contro le evidenze,non razionale,un amore sorprendente,oltre misura: Non verrà egli alla festa? (Gv 11, 56). Un avere il cuore appeso alla finestra, come una lampada per tutti coloro che vengono nella notte, un’attesa “passionale” e non formale o d’obbligo.

Ed è anche legare il cuore alla terra, come fa il contadino, per cogliere gli impercettibili sviluppi e movimenti del seme che germoglia nelle sue viscere, quel risveglio della natura che solo chi ha creduto alla terra può percepire. Attendere quando gli altri si sono arresi e hanno ceduto, quando ci insultano: Dov'è il tuo Dio?(Sl 42, 4).

Un amore che rischia di essere giudicato ridicolo e ossessivo: Avete visto l'amato del mio cuore? (Ct 3, 3).

Ma è la misura e la costante dell’amore: dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.(Gv 13, 1)

L’attesa ha bisogno della compagnia del silenzio che è il più efficace vestito dell’attesa perché solo nel silenzio si può cogliere il calpestio lieve dei passi dell’amato.

Essere finestra, cioè luogo di comunicazione e d’incontro:passaggio di luce per comunicare ciò che abbiamo di più prezioso e accogliere ciò che gli altri hanno di più prezioso. (Andrea Santoro)

I pastori che vegliano nella notte, "facendo la guardia al gregge", e scrutano l'aurora, vi diano il senso della storia, I' ebbrezza delle attese, il gaudio dell'abbandono in Dio. E vi ispirino un desiderio profondo di vivere poveri: che è poi l'unico modo per morire da ricchi. (Mons. Tonino Bello)


DOTT. GIUSY FICARRA

lunedì 28 novembre 2011

VIVA LECTIO EST VITA BONORUM - VIVA LETTURA E' VIVERE BENE LA PAROLA

I Santi e l’interpretazione della Scrittura

(Verbum Domini 48-49. 97 – 98)

Viva Lectio est vita bonorum – la vita dei buoni è viva lezione
VIVA LETTURA DELLA SCRITTURA, DELLA PAROLA
L’interpretazione della Scrittura che tratteremo oggi è un tema che si coniuga bene in questo mese di Novembre che si è aperto con la celebrazione dei santi con il tempo Liturgico che ci fa contemplare le realtà ultime e ci vuole fare entrare nel rapporto tra santità (i santi) e la comprensione della Scrittura. La giusta interpretazione è l’Incarnazione della Scrittura. Il titolo di questo tema ha il titolo in latino che può suonare misterioso Viva Lectio est vita bonorum è una citazione di San Gregorio Magno che vuole significare la Vita dei buoni è Viva Lezione viva lezione si può tradurre che la vita è viva lezione o lezione di vita ma anche nel senso proprio in cui si usa la lectio divina cioè che la vita dei santi è una lettura della scrittura cioè è una Lettura Viva. C’è una lectio con la parola scritta e c’è una lectio che si può fare con la parola vissuta incarnata dai santi. Questa citazione si trova ovviamente nel documento Verbum Domini ai numeri 48 – 49 e 97 – 98 “ L’interpretazione della sacra Scrittura rimarrebbe incompiuta se non si mettesse in ascolto anche di chi ha vissuto veramente la Parola di Dio, ossia i Santi. Infatti, « viva lectio est vita bonorum» San Gregorio Magno. L’interpretazione più profonda della Scrittura in effetti viene proprio da coloro che si sono lasciati plasmare dalla Parola di Dio, attraverso l’ascolto, la lettura e la meditazione assida.
Cosa vuol dire questo? Che l’interpretazione più profonda viene dalla vita dei Santi. Se la Parola Scritta che a noi è stata data a volte ci può lasciare dubbiosi, perplessi; allora qual è il messaggio genuino di Dio nella Parola? È giusto allora che un primo passo venga fatto dagli studiosi, gli esegeti, i teologi quelli che comprendono la Sacra Scrittura cioè l’Ermeneutica e riconoscono in esso il messaggio di Dio. Un altro filone non meno importante è di chi ha incarnato la Parola. I Santi ci tolgono ogni dubbio su che cosa vuol dire la Parola chiedilo a chi già la vive ed ancora di più di chi la studia. La comprensione della Parola non è solo la comprensione che passa attraverso l’intelligenza; ma passa per tutte le dimensioni dell’uomo e quindi il vissuto è importante. Questo è il senso genuino del conoscere. Nel mondo biblico il conoscere vale molto di più che conoscere con la mente. La conoscenza chiede l’uso della volontà, del cuore, di tutto l’uomo per dirla come il nostro padre il beato Giacomo Alberione. Nella conoscenza del Mistero di Dio è necessario che si disponga tutto l’uomo. Infondo se ci pensiamo è questo il senso divino della Tradizione cioè non si può staccare la Scrittura dalla Tradizione a differenza del mondo Protestante che separa la Tradizione dalla Scrittura. La tradizione non è solo la tradizione umana nel senso più profondo la tradizione è una comunità che vive e tramanda la Parola. Solo una comunità che vive e tramanda la giusta prospettiva, la giusta comprensione perché questa Parola non è scesa in astratto dal cielo. Non è un libro la bibbia che è posta in libreria come se mancasse una Chiesa che la vive e te la consegna. La Via di trasmissione della Scrittura è prima di tutto nel rapporto interpersonale. Cioè questa è la realtà della vita. Sono i tuoi genitori che se credenti sono i primi trasmissivi della fede. La trasmettono non facendo le lezioni sulla bibbia ma la vita stessa di chi la incarna, già vivendola. La comunità cristiana che tu vivi nella realtà del quotidiano fino ad arrivare al momento che hai la possibilità di attingere direttamente alla Parola Viva ma non è mai separata da chi la trasmette. Ecco cosa vuol dire che la Scrittura ha bisogno della Tradizione. La giusta interpretazione della Scrittura chiede l’apporto del vissuto di una comunità cristiana che è formata dai molti membri, la Chiesa è Santa e Peccatrice allo stesso tempo insieme alle qualità con la luce di chi vive ci sono molte incoerenze, molte contraddizioni presto o tardi vengono fuori. Questo discorso è per dire che la via più sicura sono quei membri della Chiesa che più di tutti l’hanno incarnata e sono i Santi per antonomasia vuol dire che la Chiesa tutta è Santa per esempio i cristiani in antico erano chiamati santi però i santi sono quelli che hanno incarnato per eccellenza in una maniera più radicale, più profonda, più vitale. Diventano l’indicazione più vera della viva tradizione della chiesa.

C’è un senso ulteriore perché il dubbio tante volte non vede qual è il senso della Scrittura ma a volte è un dubbio più radicale è sulla verità della Scrittura per esempio quanto mi dice il Vangelo è bello, è affascinante, ma sarà vivibile? Non sarà solo una bella teoria? È bellissimo sentire dire: Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli. Beati i perseguitati… ecc. Anche i non cristiani sono stati affascinati dalla pagina delle beatitudini: per esempio Gandhi. Però se mi giro in torno mi sembra di non vedere molta gente così felice di essere povera, mite, perseguitata! La Parola ascoltata sarà bella da sentire ma sarà poi vivibile? Proprio su questo punto anche qui a maggior ragione di tutti gli interpreti della Parola sono i Santi, perché? I Santi hanno detto: non solo è affascinante ma è pienamente vivibile. Se avessimo qualche dubbio sotto questo secondo aspetto: consideriamo la vita dei Santi! Guardiamo per esempio San Francesco la sua vita ne è piena dimostrazione perché? Guarda caso lui era figlio di un ricco mercante e di ricchezze ne aveva tante. Eppure la sua vita terrena testimonia che ha trovato la perfetta letizia nel momento in cui si è spogliato di tutto. Allora non è solo una bella frase “Beati i poveri in Spirito” chi l’ha vissuta ti dice la Verità della Parola perché l’ha incarnata. Che vuol dire Gesù: “Beati i poveri in spirito” dobbiamo guardare chi la Parola l’ha vissuta e la vive soprattutto chi l’ha vissuta in pienezza. Se avessimo il dubbio che “beati i perseguitati” guardiamo i martiri e non i martiri dei primi secoli ma uno recentissimo parlo di un martire del 2 Marzo del 2011 questo martire cristiano cattolico è il ministro del Pakistan Shabat Batthi la sua vicenda ha commosso il mondo. In un paese con la maggioranza mussulmana per la sua onesta e moralità è stato chiamato ad essere ministro di quel governo in difesa delle minoranze religiose e lui come cristiano in minoranza si è impegnato anche in difesa delle altre minoranze religiose le più povere e emarginati del paese. Le parole che ha lasciato poco prima di morire. “ Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere, voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio in me è così forte che mi considererei privilegiato qualora Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese, io dico finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro continuerò a servire Gesù e questa povera sofferente umanità: i cristiani, i bisognosi, i poveri.” In questa testimonianza recentissima abbiamo più dubbi che sono Beati coloro i quali sono perseguitati? Nella coscienza limpida di un cristiano che ha detto: “Non solo sto facendo qualcosa per seguire Gesù Cristo ma, mi sentirei privilegiato. Allora comprendiamo che le Parole di Gesù non sono una bella utopia sono la Verità e sono vere soprattutto guardando a chi le incarna”. Proprio per questo tema importante che solo la Santità infondo trasmette le Scritture perché il problema è: quando noi vogliamo proclamare la Parola (cfr N° 97-98) nel rapporto tra Parola di Dio e testimonianza cristiana. Quando la Parola di Dio è trasmessa con l’Evangelizzazione ed il vissuto non è coerente; non facciamo un bel servizio alla Parola anzi proprio per nulla. Parola è testimonianza non si possono disgiungere da una parte è necessaria la Parola che comunichi quanto il Signore stesso ci ha detto; dall’altra è indispensabile dare con la testimonianza credibilità a questa Parola affinché non appaia come una bella filosofia o utopia, ma piuttosto come una realtà che si può vivere e che fa vivere. La vita di chi trasmette la Parola da credibilità. Se gli altri non credono non è perché non sono ostinatamente chiusi al Vangelo ma chiediamoci se noi cristiani annunciatori di questa Parola siamo davvero così credibili? Incarniamo ciò che vogliamo trasmettere? È il vissuto che fa la differenza. Non c’è niente di ostacolo maggiore come l’incoerenza quando ciò che si dice e ciò che si fa viaggiano su due binari e per non patire scandalo bisognerebbe seguire quello che dice Gesù a proposito dei Farisei che dicono e non fanno ciò che dicono. La Parola di Dio raggiunge gli uomini attraverso l’incontro con testimoni che la rendono presente e viva. Se è così ed è così! Allora noi possiamo contemplare i santi come le persone che hanno incarnato la Parola di Dio. L’esortazione Apostolica Post sinodale Verbum Domini fa molti esempi, dice così: “Non è un caso che le grandi spiritualità che hanno segnato la Storia della Chiesa siano sorte da un esplicito riferimento alla Scrittura. Il primo esempio che qui c’è dato è uno dei padri del monachesimo Sant’Antonio Abate, mosso dall’ascolto delle parole di Cristo: Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi! (Mt 19,21) – (cfr S. Atanasio, Vita Antonii, II: PL 73,127) Antonio prende molto sul serio le parole di Gesù perché esce subito dalla Chiesa prende i suoi beni che ha ereditato dai genitori morti; lo vende e dice voglio seguirti. Successivamente si recherà nel deserto. Chiediamoci, ma quella Parola non era la prima volta che Antonio l’ascoltava; non era neanche la prima volta che entrava in chiesa, ma quella volta ha sentito che quella Parola parlava a lui direttamente. È tutto qui perché finché la Parola di Dio rimane nella nostra testa come un qualcosa che abbiamo solo capito; ma non ti interpella personalmente non diventa Viva. Il Signore non parla in generale ma parla ad ognuno di noi. Naturalmente quando avviene questo è un momento di Grazia. La Parola tante volte ascoltata in quel momento interpellano Antonio. Non c’è solo la lettura del Vangelo che sta ascoltando; ma Gesù sta parlando a lui e gli dice: “Oggi quella Parola”. Questo è quanto è avvenuto a tutti Santi. Anche il nostro fondatore il beato Giacomo Alberione ha cominciato così: sappiamo bene che quando c’è stata la svolta della sua vita a 16 anni entrato nel seminario di Alba dopo un momento di crisi, nella prova perché era uscito da un altro seminario; durante l’adorazione nel duomo di Alba nella notte che separa e due secoli XIX° – XX° avviene un qualcosa che segnerà tutta la sua vita che cerca di esprimere a parole è il ricordo di un evento che ha appena vissuto e le parole sentite durante un convegno uscite dal Toniolo uno dei grandi sociologi cattolici di allora. In questo periodo è imminente la sua beatificazione un altro santo con la competenza del sociologo ha detto parole che si sono impresse a fuoco nel cuore e nella mente del giovane Alberione. Il Toniolo parlava di Tempi Nuovi della Chiesa di essere Apostoli dei Tempi Nuovi, di usare i mezzi dei Tempi Nuovi e della necessità di Unirsi cioè Unitevi perchè se il nemico se vi trova soli cioè separatamente vi fa fuori se vi Unite diventerete invincibili. La comunione è la grande forza. Questa conferenza l’ha sentita tanta gente eppure al giovane Giacomo Alberione durante l’adorazione ritornano ripetutamente avendo una reazione cioè quella che si senti profondamente obbligato a fare qualcosa per il Signore e gli uomini. tutti gli altri che hanno sentito quello che il Toniolo diceva probabilmente dicevano: si, dobbiamo fare qualcosa ma se non arriva la luce che veniva dal Tabernacolo e lo chiama alla grande missione a fare qualcosa… finchè non sei interpellato dalla Parola di Gesù tutto rimane vago e generico. Nel momento in cui accogli la Parola avviene una similitudine un qualcosa che assomiglia al Mistero più grande che ha cambiato la storia cioè avviene l’incarnazione della Parola. Come quando Maria Santissima ha detto si alla proposta dell’angelo ed il Verbo – la Parola si fece carne nel suo grembo. La Parola si fa persona Viva nella nostra storia in chi l’accoglie. Quando una persona si sente interpellata dalla Parola e dice si in prima persona vuole vivere e accoglie la Parola; la Parola vive in lui come Antonio che sentì di dover dare tutto ai poveri e di seguire il Signore e vivere la Parola per i fratelli. Ogni qual volta che diciamo si avviene una Incarnazione della Parola. Il documento menziona altri personaggi San Basilio, San Benedetto nella sua regola, rimanda alla Scrittura quale norma rettissima per la vita dell’uomo. San Francesco d’Assisi – scrive Tommaso da Celano - udendo che i discepoli di Cristo non devono possedere né oro, né argento, né denaro, né portare bisaccia, né pane, né bastone per via, né avere calzari, né due tuniche … subito, esultante di Spirito Santo, esclamò: questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore! Questo è quello che successe a San Francesco quando tanti fratelli si unirono con lui e non sapendo cosa fare aprì il Vangelo e la Parola fu questa. E Francesco adotta subito la parola ascoltata dopo un momento di preghiera manda i suoi fratelli nel mondo. Subito si può pensare che le parole prese alla lettera non sono attuabili ma San Francesco si fida della Parola ed ancora oggi la famiglia dei Francescani è numerosissima e viva a differenza degli intelligenti che adattano e che poi non rimane niente. Da un atto di obbedienza al Vangelo è nata una famiglia.
Nel documento troviamo Santa Chiara d’Assisi, san Domenico di Guzman poi, dovunque si manifestava come un uomo evangelico, nelle parole come nelle opere e voleva che anche i suoi frati predicatori fossero uomini evangelici. Guardate sotto questo aspetto i santi che sono molto diversi tra di loro in questo si assomigliano tutti cioè non hanno voluto altro vivere il Vangelo. Don Alberione nella coscienza che aveva dice una cosa molto simile: Quando ormai (dopo che tutta la Famiglia Paolina si era consolidata nel 1960 chiama i primi paolini a fare gli Esercizi Spirituali di un mese, in una meditazione che lui personalmente ha voluto fare a proposito di quello che è stato il cuore della Famiglia Paolina cioè Gesù Maestro Via e Verità e Vita) spiega che non ha voluto dare una spiritualità particolare usa queste parole: nella nostra famiglia non ci sono molte devozioni, tante cose da fare, ho voluto darvi l’essenziale che è Gesù che è l’unica vera devozione che è il cristianesimo in tutto il Vangelo. Nella coscienza di don Alberione non è voler dare un aspetto particolare perché per lui Gesù Maestro Via e Verità e Vita è una sintesi di tutto il Vangelo è nella realtà è così perché anche gli studiosi poi riflettendo sulla frase di Gesù che dice io Sono la Via, la Verità e la Vita dicono che è una delle grandi Rivelazioni del Vangelo di Giovanni in fondo è una sintesi. Pensateci bene tutti gli aspetti della vita di Gesù li si riepilogano, perché? Gesù dicendo io sono la Via, ciò che Conduce la terra al cielo ed il cielo alla terra, dice un aspetto essenziale della sua missione che è il mediatore. L’essere mediatore è uno degli aspetti essenziali dell’opera di Gesù. Dio è l’uomo separati ritornano ad essere uniti nella Persona del Cristo Gesù che è UMANO-DIVINA allo stesso tempo. Dicendo io Sono la Verità non dice altro io sono il Rivelatore, tutta la linea della Sacra Scrittura che è la Rivelazione di Dio trova in Gesù il punto centrale della Rivelazione di Dio che è la Parola. Dicendo io Sono la Vita non dice altro che io sono il redentore cioè la Salvezza. Questo è tutta la sintesi del mistero di Gesù Cristo. Ma perché don Alberione per i tempi nuovi ha voluto dare questa figura di Gesù Maestro Via e Verità e Vita? Non sotto un aspetto particolare. Don Alberione ha capito che nei Tempi Nuovi non era più sufficiente rendere solo un aspetto c’è bisogno di ridare tutto il Vangelo. In quella sintesi di Gesù Maestro Via e Verità e Vita sente che ridona nuovamente tutta la ricchezza del Mistero di Cristo perché in questo mondo si sta scristianizzando. Allora non è sufficiente solo una devozione che prende solo un aspetto c’è bisogno di prendere tutto l’uomo cioè tutte le facoltà per fargli scoprire la totalità del Mistero di Dio. Se ci pensiamo bene don Alberione che cosa ha voluto darci? Tutto il Vangelo.

Nel documento ancora è menzionata Santa Teresa di Gesù, che dice: Tutto il male del mondo deriva dal non conoscere chiaramente le verità della sacra Scrittura. Santa Teresa di Gesù Bambino trova l’Amore come sua vocazione personale nello scrutare le Scritture, in particolare i capitoli 12 e 13 della Prima Lettera ai Corinti, è la stessa Santa descrive il fascino delle Scritture: Appena gettò lo sguardo sul Vangelo, subito respirò i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre. Se ci pensiamo bene solo una sposa può dire questo perché io conosco il profumo di qualcuno se lo conosco intimamente. Il profumo dello Sposo lo conosce la sposa. Ma solo quando leggo il Vangelo sento il profumo dello sposo. C’è una frase di santa Teresa di Gesù Bambino che lo dice più esplicitamente: Se apro un libro scritto da un autore spirituale anche il più bello, anche il più commovente, sento subito il mio cuore serrarsi e leggo quasi senza capire. In questa impotenza la scrittura mi viene in soccorso ma soprattutto il Vangelo mi occupa durante la preghiera. In esso trovo tutto il necessario per la mia povera anima, scopro sempre luci nuove significati nascosti e misteriosi. Tutti i Santi ci dicono che ogni chiamata nasce dalla Parola Incarnata e hanno dato la vita alla Parola Ascoltata.


Ho preso un libretto ha come autrice anche se non l’ha scritto lei Chiara Lubic con il titolo “Cristo Dispiegato Nei Secoli” praticamente è un libro che raccoglie riflessioni di Chiara Lubic fondatrice dei Focolari sui Santi dando un immagine su tutto quello che stiamo dicendo. Il libro porta molti santi tra cui don Alberione che ha incontrato e conosciuto. L’ha considerato subito una persona straordinaria infatti dopo la sua morte l’ha dichiarato patrono di Città Nuova che sono le edizioni dei Focolari. Chiara Lubic ha letto molto di don Alberione infatti in una sua meditazione ha letto: “Quando sarò in cielo proteggerò tutti quelli che si occuperanno di comunicazioni” appena è morto è stato proclamato patrono delle edizioni Città Nuova. In questa riflessione diceva così: Intendo appartenere a questa mirabile famiglia paolina in cielo come servo dove mi occuperò di quelli che adoperano i mezzi più moderni ed efficaci di bene. In questo libro una riflessione molto bella di Chiara Lubic dice: Vi è nella Chiesa un aspetto più istituzionale e uno più carismatico. Per quanto riguarda l’aspetto più Carismatico abbiamo contemplato gli ordini, le Congregazioni, le Famiglie Religiose come splendide aiuole nel giardino della Chiesa in cui sono fiorite e fioriscono tutte le Virtù. Se infatti Cristo è il Verbo Incarnato, la Chiesa ci è apparsa per i vari Carismi donati dallo Spirito come un Vangelo Incarnato. Infatti ogni famiglia religiosa pur vivendo con interezza e radicalità tutto il Vangelo, è in particolare anche l’incarnazione di un’espressione di Gesù, di un fatto della sua vita, di un suo dolore, di una sua parola.



Ha la visione di un grande giardino fiorito – un paradiso. Però un giardino per essere bello non può essere fatto di un solo fiore. La varietà dei fiori è la varietà dei santi. Ecco la fantasia dello Spirito: i santi sono molto diversi fra loro. Ognuno ha incarnato come lo Spirito ha voluto. Chi si è ritirato nel deserto, chi vive nelle folle, chi nella sofferenza del Cristo morente in Croce e chi chiamato a vivere la gioia e la letizia. La Varietà dice proprio la molteplicità dei modi con cui la Santità si Incarna che fa la bellezza della Chiesa perché così è un giardino fiorito di Virtù – splendida aiuola nel giardino della Chiesa. Come le tante Parole di Dio che si trovano nella Sacra Scrittura si compendiano nella Unica sola è la Parola Incarnata che è Gesù Cristo Nostro Signore. I Santi hanno incarnato i modi più diversi, molteplici ma che tutti si assomigliano nel aver vissuto la Radicalità il Vangelo.


Chiara Lubic dice ancora: I Santi erano saliti al cielo trasfigurati da tanto amore e tanto dolore come Parola di Dio, avevano realizzato il disegno di Dio su di loro e anche di essi si poteva dire il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno perché i santi solo la Parola di Dio detta al mondo e perché immedesimati con essa non sarebbero passati. Siccome il mondo passerà ma la Parola di Dio non passa, se un santo ha incarnato la Parola di Dio neanche loro passano perché le mie parole non passeranno. Ma oltre le parole scritte ci sono abbiamo detto le parole vive. Un santo ha incarnato la Parola di Dio ecco perché dal cielo ancora generano vita, ancora adesso perché sono Parola Viva Incarnata. LECTIO VIVA. La Chiesa risultava quindi continua Chiara Lubic un maestoso Cristo spiegato nei secoli e nello spazio perché i fini di tutti questi santi per il sangue cattolico che circolava nelle vene erano disseminati dovunque nel mondo cioè la Chiesa di Dio. I diversi carismi della Chiesa sono come un Vangelo che si dispiega nei tempi e nello spazio, dovunque vivono i figli di questi santi.
Quanto è straordinario per noi considerare la Parola di Dio come generatrice di vita e tu hai la possibilità di rendere viva la Parola Incarnandola, vivendola facendola tua. Una riflessione che ha fatto una suora Antonietta Ambruso dice: l’amore di Dio mette nell’animo il desiderio di familiarità, di frequentazione assidua. Quando chi ci ama non è fisicamente presente se riceviamo un suo scritto non ci limitiamo a leggerlo solo una volta, torniamo più volte al messaggio quasi per non farci sfuggire nulla o per capire dello scritto qualcosa che va oltre lo scritto. Un atteggiamento analogo c’è lo richiede la conoscenza della Scrittura con la quale è necessario frequentarsi. Quando chi ti ama ti ha lasciato uno scritto, ( assomiglia molto a quello che dice don Alberione, la Parola di Dio è la lettera scritta da tuo Padre ed un figlio non leggera con amore, con passione questa lettera?) che figlio è se non legge la lettera che gli ha lasciato il padre? La Parola non è uno scritto interessante, chi ti ama ha un messaggio che ti ha lasciato scritto oltre che incarnato e frequentarlo vuol dire entrare nel cuore di chi ti ama. Frequentare la Scrittura con amore è una delle modalità più straordinarie perché la Parola si stampi a fuoco vivo nella tua vita. Solo quando deciderai di essere l’incarnazione della Parola allora la Parola si farà vivere.


Dott. Giusy Ficarra

mercoledì 19 ottobre 2011

DOVE SI TROVA IL GIARDINO DELL'EDEN

La Parola di Dio non è un monologo, non è un lungo discorso in cui l’uomo non entra. Perché? Per comunicare all’uomo Dio utilizza il nostro linguaggio altrimenti non riusciremmo a comprendere. Io posso dire cose meravigliose in una lingua che non si riesce a comprendere. Ma non è solo un fatto di linguaggio; ma Dio per farsi comprendere dall’uomo entra nella sua storia, nel suo vissuto. Infondo tutta la Scrittura non è altro che la Storia di Dio che entra nella Storia dell’uomo o meglio la Trinità che si fa Storia. (Bruno Forte questo concetto lo ha sintetizzato) C’è un’analogia profonda con l’incarnazione: il Verbo che si fa Carne ovvero la Parola Divina si fa Carne-Umana. Le persone incontrano un uomo che è il Mistero Divino la Persona Divina. Anche la Parola di Dio ha la stessa logica cioè è la Parola che non è come le altre parole, ma si veste della lingua della storia dell’uomo. (Questa è una premessa da non dimenticare). Nella Parola di Dio troviamo anche la parola dell’uomo cioè infondo la Parola di Dio assume tutte le domande, le gioie, le inquietudini, della storia dell’uomo nella sua grandezza e miseria. Altrimenti in alcuni passi della Scrittura ci sembra strano poter dire Parola di Dio: immaginate per esempio l’episodio del profeta Geremia straordinario e umanissimo al tempo stesso che insieme alla missione di annunciare qual è il disegno e la volontà di Dio sul popolo che subisce il castigo, la distruzione della Città Santa; ecco, questa sua missione diventa per lui un peso forte perché la persecuzione, la prigionia, diventano un peso, una maledizione. Ci sono degli sfoghi del profeta Geremia che sono esagerati per esempio quando dice: Maledetto il giorno che sono nato [ ] dopo si legge Parola di Dio. Questo sembra strano ma è Parola di Dio. Oppure prendiamo i Libri Sapienziali dove troviamo tutta la riflessione su che cosà è la vera Sapienza e qual è il modo migliore di vivere. Comprendiamo che c’è la riflessione umana; ma è Parola di Dio. Questo che inizialmente può sembrare problema invece ci aiuta ad capire qualcosa di più alto, cioè che Dio non parla con un monologo. La Rivelazione è Dialogica cioè Dialogo – la Voce di Dio e la voce dell’uomo in Dio questo è bene che lo comprendiamo.






Esortazione Apostolica Post Sinodale VERBUM DOMINI La Risposta dell’uomo al Dio che Parla N° 22 – 24


In particolare al N° 24 proprio perché comprendiamo che la Parola di Dio è Dialogica nel dialogo di Dio con l’uomo; la Parola di Dio non è solo quella parola a cogliere nell’ascolto attento, ma è Parola che assumiamo come risposta.


Dialogare con Dio mediante le sue parole 24. La divina Parola introduce ciascuno di noi al colloquio con il Signore: il Dio che parla ci insegna come noi possiamo parlare con Lui. Quindi anche Dio ci dice qual è la risposta adeguata alla Sua Parola.


Questa risposta è a sua volta Parola di Dio. Questo è evidente nel libro dei Salmi che è la preghiera con cui ci rivolgiamo a Dio che è ispirata da Lui ed è a sua volta Parola di Dio [ ] ,

nel quale Egli ci dà le parole con cui possiamo rivolgerci a Lui, portare la nostra vita nel colloquio davanti a Lui, trasformando così la vita stessa in un movimento verso Dio. [ ]

Queste parole Papa Benedetto XVI li ha prese da Sant’Agostino come per esempio il commento al salmo 150.


Sant’Agostino padre della Chiesa che ha riflettuto attraverso la sua esperienza qual è la possibilità per l’uomo di trovare Dio perché lui lo è stato da sempre.

Ha compreso questo aspetto straordinario con le sue stesse parole dice: Oso dire alla vostra carità che Dio per essere ben lodato dall’uomo ha cantato lui stesso la sua lode.

Intanto l’uomo ha trovato come lodarlo in quanto Dio si è degnato di lodare se stesso.

Eccolo dunque stimolare il nostro cuore alla sua lode e per ottenere questo ecco riempire del Suo Spirito alcuni dei suoi sevi perché lo lodassero.

Che se è lo Spirito di Dio colui che lo loda mediante questi servi, cos’altro rimane se non una lode resa da Dio a se stesso?

Con i salmi noi troviamo la risposta non al di sotto delle aspettative che Dio stesso ci dona.

Cioè la nostra preghiera non è solo frutto della nostra mente del nostro cuore; ma la nostra preghiera è ispirata perché non vi è preghiera che non è sotto l’azione dello Spirito.

Invochiamo sempre lo Spirito perché la nostra parola sia risposta ispirata come la Parola che ci è data è ispirata.

Non è ispirata solo la Parola di Dio; ma anche la risposta dell’uomo. Questo ci fa capire meglio il valore della preghiera che parte dalla Parola di Dio.


Per approfondire la meditazione prendete il Breviario nella parte della premessa dove c’è scritto Principi e Norme della Liturgia delle Ore nel I Volume a cap. III trovate una riflessione interessante sul valore dei Salmi.

Vi invito a leggerlo e sono i n° 100 – 109 in particolare quello che oggi vi invito a meditare è che se ogni salmo è stato composto in una lingua, cultura e periodo storico particolari; è preghiera di Tutta la Chiesa.

N° 107 Ma in Verità qualunque sia la sua origine storica, ogni salmo ha un propri significato, che anche ai nostri tempi non possiamo trascurare.

Sebbene quei carmi siano stati composti molti secoli fa presso popoli orientali, essi esprimono assai bene i dolori e la speranza, la miseria e la fiducia degli uomini di ogni tempo e regione, e cantano specialmente la fede in Dio, la rivelazione e la redenzione.


In verità nei Salmi ci riconosciamo perché troviamo noi stessi i nostri dubbi, il nostro dolore, la nostra gioia. Il n° 108 ci dice come possiamo superare un problema che potrebbe essere psicologico; cioè a volte preghiamo un salmo che non corrisponde al nostro stato d’animo o situazione per esempio preghiamo un salmo che esprime miseria, dolore invece il nostro stato d’animo è nella gioia o viceversa.

Un canto di esultanza e di gioia quando invece il nostro stato d’animo è a terra. Questo potrebbe essere un ostacolo se pensiamo che la preghiera è individuale cioè solo per noi. Magari quando preghiamo individualmente possiamo scegliere il salmo che ci piace, ma quando preghiamo insieme ricordiamo sempre che è preghiera a nome di tutta la Chiesa.

Chi recita i Salmi nella Liturgia delle Ore li recita non tanto a nome proprio, ma quanto a nome di tutto il Corpo di Cristo anzi nella Persona di Cristo stesso.

Se ciascuno tiene presente questa dottrina, svaniscono le difficoltà, che chi salmeggia potrebbe avvertire per la differenza del suo stato d’animo. [ ]

Chi salmeggia a nome della Chiesa può sempre trovare un motivo di gioia o tristezza, perché anche in questo fatto conserva il suo significato l’espressione dell’Apostolo:

«Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12, 15), e così la fragilità umana, ferita dall’amor proprio, viene risanata nella misura di quella carità per la quale la mente concorda con la voce che salmeggia (Cfr. San Benedetto,

Regola monastica, c. 19) Ricordiamo che ci sono membra del Corpo di Cristo che sono umiliate, perseguitate e ci facciamo la loro voce.


Ai n° 37 – 38 della VERBUM DOMINI ci parla del senso Letterale e senso spirituale della Sacra Scrittura e dell’approccio esegetico . Sappiamo che la Scrittura da Origene in poi; oltre il senso letterale ha un significato più profondo.

Cioè la Scrittura parla di eventi, situazioni, fatti di persone che si trovano in un certo contesto culturale, sociale e storico.

Calandoci dentro e facendo nostro questo riusciamo a capire meglio che cos’è la Scrittura.

Questo è necessario per comprendere la Scrittura perché così evitiamo di far dire alla Parola di Dio quello che vogliamo noi.

Ma è anche vero che è Parola per ogni uomo e per ogni donna, di tutti i tempi, di tutti i luoghi.

Oltre il significato ed il contenuto della Parola c’è un significato Spirituale, interiore.

I Padri della Chiesa quando volevano parlare di questo facevano l’esempio della frutta secca.

Per esempio la mandorla è buona da mangiare ma il suo guscio è duro non è buono da mangiare fa male.

San Paolo lo esprime quando dice che la lettera uccide cioè tutto questo vuol significare che se io prima non mi impegno (la Lectio Divina parte da questo) dal Leggere, Meditare, Ruminare, cioè fare questo Esercizio per arrivare a penetrare dentro la Parola per gustare il frutto prelibato che contiene.

Quest’immagine aiuta molto per dire che il nutrimento gustoso che ha la scrittura non si ottiene senza sacrificio.

Non posso leggere la Parola di Dio con superficialità. Ed è come quando ascolto una persona con fretta, con poca attenzione, quella persona mi potrà dire le cose più meravigliose ma non troverà in me quell’ascoltatore attento e tutto quello che dirà volerà via.

Così l’ascolto di Dio perché ha una ricchezza interiore che nessuna persona umana potrà avere.

Lettura orante della sacra Scrittura e « lectio divina » n° 86 – 87 La Lectio Divina è il metodo di preghiera monastico adesso riscoperta che parte dall’idea nel senso letterale e spirituale.

Nella Lectio Divina comprendo come la Parola di Dio parla a me nella meditazione che poi questa Parola farla diventare preghiera per vederla alla luce dei fatti concludendo nella contemplazione e riscoprire la ricchezza rivelata.

Però c’è sempre stata una convinzione che troviamo anche nella Dei Verbum che la lettura della Sacra Scrittura deve essere ispirata ed accompagnata dalla preghiera anzi meglio deve diventare preghiera. Origene dice che l’intelligenza delle Scritture richieda, più ancora che lo studio, l’intimità con Cristo e la preghiera. Se durante la lectio ti trovi davanti a una porta chiusa, bussa e te l’aprirà quel custode, del quale Gesù ha detto: “ Il guardiano gliela aprirà”. Applicandoti così alla lectio divina, cerca con lealtà e fiducia incrollabile in Dio il senso delle Scritture divine, che in esse si cela con grande ampiezza. Non ti devi però accontentare di bussare e di cercare: per comprendere le cose di Dio ti è assolutamente necessaria l’oratio. Proprio per esortarci ad essa il Salvatore ci ha detto non soltanto:” Cercate e troverete”, e “Bussate e vi sarà aperto”, ma ha aggiunto: “Chiedete e riceverete”

(Origene, Epistola a Gregorio Alessandrino, 3:pag 11,92) Sant’Agostino diceva che la Preghiera è la tua Parola rivolta a Dio. Quando leggi è Dio che ti parla, quando preghi sei tu che parli con Dio. Il n° 87 conclude dicendo: L’uomo torna a passeggiare con Dio nel paradiso. Che cosa significa questa frase: Tornare a passeggiare con Dio?

Sant’Ambrogio affermava al n° 49 nell’Epistola: quando prendiamo in mano con fede le sacre Scritture e le leggiamo con la Chiesa, l’uomo torna a passeggiare con Dio nel paradiso.

È una frase bella e che bisogna andare in profondità.

Sant’Ambrogio insieme alla Tradizione della Chiesa dice che la sacra Scrittura ha il rimedio per tutto, è la medicina per tutti i mali. “Cristo è la Scrittura divina sono il rimedio di ogni disgusto” Quando Dio passeggiava con l’uomo? Perché l’uomo torna a passeggiare con Dio? Nella Libro del Genesi al capitolo 2, il racconto dell’Eden troviamo Dio passeggia e dialoga con le sue creature. Con il peccato il dialogo si interrompe ma, quando io leggo la Parola Dio torna a passeggiare nel paradiso terrestre.

Però che l’uomo non possa tornare nell’Eden perché ha peccato questo lo sappiamo. Ma perché Dio torna a passeggiare con l’uomo? Quando leggo la Divina Scrittura Dio torna a passeggiare con l’uomo. Dove si trova il Paradiso Terrestre?

C’è un bellissimo libretto il giardino piantato ad Oriente di sant’Ambrogio che parla del Paradiso Terrestre o Giardino dell’Eden.

4Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo 5 nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo, 6 ma una polla d’acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo. 7 Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. 8 Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. 9 Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. 10 Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. 11 Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove si trova l’oro 12 e l’oro di quella regione è fino; vi si trova pure la resina odorosa e la pietra d’onice. 13Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre attorno a tutta la regione d’Etiopia. 14Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre a oriente di Asur. Il quarto fiume è l’Eufrate. Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. 16 Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, 17 ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente, certamente dovrai morire». Poi il racconto continua con la creazione della donna, il racconto della tentazione che conosciamo bene inizia con una premessa: Genesi 3, 1- ss 1 Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: « E’ vero che Dio ha detto: “ Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?» 2 Rispose la donna al serpente: « Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3 ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». 4 Ma il serpente disse alla donna: « Non morirete affatto! 5 Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». 6 Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza.

Allora dove si trova questo giardino? Ci sono molte opinioni. Sant’Ambrogio dice: In questi racconti ci sono molti alberi, per esempio l’albero della Conoscenza del bene e del male; supponiamo che non sono veramente reali da ciò risulta che il paradiso stesso non sembra possa essere terrestre, non in qualche luogo fisso.

Ma nella parte principale più profonda di noi stessi e viene animata e vivificata dalle Virtù dell’uomo. Inoltre Salomone dichiarò con evidenza che il Paradiso è lo Spirito dell’uomo e perché esprima verità misteriose dell’animo del Verbo del Cristo nella Chiesa; così parla dell’anima vergine giardino chiuso sorella mia sposa.

Letteralmente paradiso significa giardino. Ma se il paradiso o giardino chiuso è l’amata? Il paradiso dunque è nel nostro spirito. Tutto quanto detto nel Genesi ha due sensi uno esterno ed uno interno che è dentro l’uomo.

Questo interno è una realtà che è andata in rovina con il rifiuto di Dio da parte dell’uomo cioè il peccato. Dio non da nessuna maledizione ma l’uomo rifiutando Dio il suo interno diventa un deserto pieno “di cardi e rovine”.

Il significato interiore è il giardino del Signore. Il comando che Dio ha dato all’uomo è di custodire il suo spirito, il suo giardino perché lì Dio può passeggiare. Ecco dove torna a passeggiare, quando leggi la Parola Divina Dio torna a passeggiare nel giardino dell’Eden con te. Dio non può passeggiare nel Paradiso insieme a te se non trova l’Amore e l’Ambiente favorevole. Dio sta dove lo si lascia abitare.

Ecco perché Dio torna a passeggiare perché l’uomo è il paradiso di Dio. E torna ad essere un giardino lussureggiante con alberi che danno frutto. Il problema è che questo giardino nel tempo è diventato un deserto, non c’è più niente.

L’albero della vita che si trova al centro del giardino è la Vita che Dio ti ha dato non è fuori di te, ma è in te, vive dentro di te. È Dio che ha piantato la vita in te. Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Gv 10, 10 L’unica cosa che non è a disposizione dell’uomo è che sia Dio a decidere di che cosa ha bisogno l’uomo. Perché tutto è stato fatto per mezzo di Lui e quando ha voluto Lui.
Nel giardino interiore dell’uomo Dio abita contemplandolo e dialogando con Lui; ma l’uomo si nasconde perché si ritrova nudo, o meglio si nasconde a se stesso. L’uomo non consce neanche più se stesso. Dato che il giardino è diventato deserto è partito da lui. La prima cosa che ha fatto Gesù qual è stata? Lo Spirito condusse Gesù nel deserto.

Con il Battesimo inaugura la sua missione e che cosa fa lo Spirito di Dio? Lo porta nel deserto. Ma cosa ci va a fare nel deserto? Perché deve partire da dove ha lasciato le cose: il giardino è diventato deserto e quindi dal deserto deve partire, cioè il Signore riprende il filo interrotto r-incontrando il serpente la più astuta di tutte le bestie che penetra nel giardino: Ecco perché bisogna curare e custodire.

Custodire significa: stare attento al giardino interiore se non lo custodisco entra di tutto. Per questo la Sposa è il giardino chiuso e necessita di essere ben curato e custodito. Cioè decidi tu cosa far entrare nel tuo mondo interiore. La porta del giardino sono i sensi cioè che vuoi passa dentro, ciò che io vedo passa dentro di me, ciò che io sento passa attraverso di me e se tu sei un custode poco accorto passa anche ciò che ti danneggia.

Dio diede all’uomo il giardino perché lo coltivasse e lo custodisse. Ecco perché gli antichi maestri spirituali raccomandavano la custodia dei sensi perché sono la porta. Se tu non sai discernere ciò che è bene da ciò che è male, e non custodisci la porta, il serpente entra nel giardino e comincia a parlare con te nella tentazione.

La tentazione vuole farti leggere come cosa cattiva ciò che Dio ti chiede come cosa buona. Gesù parte da dove l’uomo aveva fallito. Va nel giardino che intanto è diventato deserto perché il peccato lo ha fatto diventare tale; ed il serpente si avvicina a Gesù dicendo: Se tu sei Figlio di Dio… la differenza è questa che all’uomo il serpente ha detto: se mangi questo frutto sarai come Dio.

Ma Gesù è già Figlio di Dio non può dire sarai come Lui. Se sei Figlio di Dio e tu lo sei, quaranta giorni che non mangi – dì che queste pietre diventino pane. Gesù è venuto per una Missione specifica Figlio di Dio, pienamente fedele al Padre per diventare re del Regno dei cieli. Il Regno non indica il luogo del dominio di Dio, ma la sua paternità e la sua premura verso tutti. I padri della Chiesa hanno sempre sottolineato che Gesù non entra in dialogo con il serpente ma cita sempre la Parola di Dio.

Cristo e la Scrittura Divina sono il rimedio ed il solo rifugio nelle tentazioni. Gesù nel deserto di questo mondo pianta un albero Nuovo – la CROCE l’albero della vita. Gesù ha ridato vita con la Croce ed è un Albero che porta frutti. Il deserto riprende vita grazie al sangue di Gesù versato sulla Croce. Nella lettura che troviamo nel Breviario dice: l’uomo che dall’albero ha trovato la morte, dall’albero ha ritrova la vita.

Ognuno di noi attraverso l’opera di Gesù ha piantato quest’albero della vita in noi e la sua vita porta frutto Glorificando Dio. I frutti di Grazia partono sempre dalla Croce. Tutta la storia dei Santi lo dice. Fin quando la vita delle persone possono portare frutti perchè Dio torna a passeggiare nel giardino.

Tutto questo è vero a livello personale e comunitario nella Sacra Liturgia. Il Card. Martini nel Libro “ Il Principio è la Parola” - La Liturgia è l’incontro salvifico del padre che è nei cieli e viene a conversare con molta amorevolezza con i suoi figli ed è il colloquio tra lo sposo il Signore Gesù e la sua diletta sposa la Chiesa fatta partecipe dell’eterno campo di lode che il Verbo incarnato ha introdotto in questo nostro terreno divino.

E se la nostra anima ridiventa giardino; allora attraverso di noi Dio potrà ritornare ad abitare in questo mondo. Siamo chiamati a far diventare questo nostro mondo di nuovo il paradiso terrestre non il mondezzaio che l’abbiamo fatto diventare.

Quando si respira l’aria pura è la Comunione con Dio. Vorrei che la Parola di Dio fosse per tutti noi la fonte cioè che la preghiera arrivi in profondità e che non si fermasse mai ad una lettura distratta o ad una preghiera formale. Non c’è situazione che possiamo vivere che non può trovare occasione di dialogo con il Signore anche se fossimo nel peccato più grave nulla ci può separare da Lui.

E nulla ci deve separare e rendere vano quello che Cristo ha fatto. Perché quest’amore è ritornato a vivere nell’uomo.


Dott. Giusy Ficarra