CRISTIFICARSI cioè far vivere Cristo in NoiPrendendo lo spunto dal passo di Galati 2,20 “Non vivo più io, ma Cristo vive in me”. Cerchiamo di comprendere questa frase di San Paolo e vedere poi anche per don Alberione l’importanza che ha voluto dare a questa citazione. Innanzitutto un altro consiglio che vi do è bene avere questo testo che qualche anno fa è stato ripubblicato lo studio che aveva fatto sulla Spiritualità Paolina don Giovanni Roatta ssp (Ormea, Cn, 1913 – Albano Laziale, Rm, 1985), entrato dodicenne nella casa paolina di Alba, fece parte del gruppo di aspiranti checon il Maestro Timoteo Giaccardo, nel gennaio 1926, costituirono la prima comunità di Roma. Ordinato sacerdote il 25 luglio 1937, frequentò la facoltà di Teologia presso l’Ateneo romano di Sant’Anselmo, dove si laureò con una tesi sulla Divina Commedia. Durante la seconda guerra mondiale, prestò servizio di Cappellano militare nell’Aeronautica. Incaricato da don Alberione dello studio su Gesù Maestro, vi dedicò con passione anni di intense ricerche. Costituita nel 1956 la Provincia Brasiliana, don Roatta ne fu il primo Superiore Provinciale, partecipando in tal veste al primo Capitolo Generale SSP (Albano 1957) e successivamente al Capitolo Generale Speciale (1969-1971). Da allora si
dedicò a tempo pieno al Centro di Spiritualità Paolina, con sede nella Casa Divin Maestro ad Ariccia, ed esercitò una intensa animazione spirituale con la predicazione e gli scritti, tra cui il bollettino “Camminiamo in novità di vita” e i tre volumi Mariologia, Spirito Paolino, Via Verità e Vita. Una grave
forma tumorale ossea lo colpì negli ultimi anni, durante i quali egli seppe trasformare il suo dinamismo in un esemplare “apostolato della sofferenza”).
sentito come dire: “Basta con questo metodo Via, Verità e Vita… non ne possiamo più”. Da qui è partita la sua ricerca di approfondimento a capire la Spiritualità del Fondatore, nella sua profondità evalore. Perché è innegabile l’insistenza cioè
visto che siamo paolini, Famiglia Paolina. A partire dalle cose numeriche, quante volte cita San Paolo. E poi una volta visto questo: che cosa di San Paolo lo emoziona di più a don Alberione? Non ha esaminato tutti gli scritti, ma i più importanti che aveva a disposizione. Don Roatta fa questo conteggio tenuto conto che tutto l’Epistolario paolino anche quello che non è di Paolo lettera agli Ebrei compresi sono 100 capitoli 2321 versetti in questo controllo ha trovato in don Alberione 3520 citazioni di San Paolo con un totale di 988 versetti cioè quasi la metà dell’Epistolario paolino si ritrova tutto citato da don Alberione. Vedendo poi le frequenze; qual è o quali sono i versetti più
citati di San Paolo si accorge di un primato assoluto per ben 150 volte è citato Galati 2,20. Questo versetto don Alberione nei suoi scritti ha citato più volte; al di là del valore quantitativo numerico don Roatta capisce che c’è un valore qualitativo cioè è il punto privilegiato attraverso cui don Alberione ha assunto Paolo. Uso parole suggestive per esprimere questo concetto: se
vogliamo abbracciare la totalità delle cose bisogna andare in montagna e salire in cima per avere una visione totale del panorama. Finché rimani a mezzo monte non riesci a vedere fino in fondo. La cima ideale per don Alberione è proprio Galati 2,20; da questa cima comprendiamo nella profondità Paolo e in questa cima capiamo in che modo don Alberione ci ha consegnato San Paolo. Questo per capire l’importanza di questo versetto e con cui cominciamo il Nuovo Anno nelle meditazioni. Don Alberione ha coniato questa espressione nella Cristificazione cioè il diventare Cristo che tra l’altro è il modello, il modo e la dinamica della spiritualità paolina. Cioè il fine è diventare Cristo. Senza questa trasformazione interiore non esiste il Paolo vivo oggi. Ci sono paolini e paoline di tutti gli istituti che fanno cose meritorie ma non vivono la
spiritualità paolina. Sarebbe come un carmelitano che non avesse la più pallida idea che cosa voleva dire Teresa D’Avila che bisogna penetrare nella stanza più intima del Castello Interiore senza la quale non esiste il carmelitano. Per renderci conto dell’importanza prima di andare a quello che ci propone don
Roatta vediamo un pò quando e come San Paolo ha scritto questo versetto semplicissimo ma di una grande profondità. Ricordiamo tutti che la lettera ai Galati 2,20 è una lettera polemica. Paolo ha fondato queste comunità nella Galazia durante la sua infermità e poi queste comunità sono state turbate dagli avversari di Paolo i quali sostenevano che senza assumere la legge; il Vangelo che Paolo ha portato è incompleto. Paolo reagisce duramente, fortemente a quanto gli avversari sostengono. In questa reazione cerca di spiegare perché.
Questi versetti sono inseriti da Paolo capitolo 2 nel contesto di quello che è un pensiero centrale nelle lettere paoline cioè la GIUSTIFICAZIONE [Paolo affronta il problema della giustificazione e inizia con un aspro rimprovero ai Galati cf vv. 1.3 colpevoli di aver abbandonato l’insegnamento su Cristo
crocifisso e aver dimenticato l’esperienza dello Spirito e dei suoi carismi, ricevuti non per aver compiuto le opere della Legge perché nessuno è in grado di osservarla pienamente e quindi cade sotto la maledizione 3,10: la Legge
infatti ordina è condanna mentre solo per la fede l’uomo diventa giusto e vivrà.] Galati 2, 15 15 Noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per esseregiustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno. Paolo dice che questi avversari non capiscono una cosa che noi Giudei qui Paolo parla che lui è un grande osservante della Legge perché istruito, educato nella tradizione farisaica, all’interno di questa tradizione Paolo ammette con certo orgoglio che lui era irreprensibile, osservante della Legge cioè uno che ci teneva. Però una volta conosciuto il Cristo e la sua Parola, Paolo ha capito che la legge non porta alla conoscenza e osservanza. Noi Giudei che siamo osservanti della Legge abbiamo capito che in Gesù Cristo è la Salvezza non nella Legge, nel nostro sforzo di fedeltà all’osservanza della Legge. Perché se è la Legge cosa ci serve tutto questo sforzo? Avevamo già la Legge. Ma se questo vale per noi che il nostro tesoro è Gesù Cristo; alle comunità pagane qual è il cuore cioè la cosa più importante che dobbiamo dare? Galati 2, 19 In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, 20 e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. 21 Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano. Questo versetto Galati 2,20 è incastonato dentro questa dottrina centrale della giustificazione. Addirittura ritornare all’idea centrale dell’importanza della Legge nell’osservare vuol dire rendere vana la Grazia di Dio.
morte portando salvezza, la sua crocifissione porta alla redenzione, così anche c’è bisogno di una crocifissione nostra (dice San Paolo con una metafora) con una crocifissione dell’io… non più io vivo ma Cristo vive in me. Ma perché deve
essere crocifisso l’io? Non necessariamente sta parlando dell’io peccaminoso anzi detta così sembra banale, invece qui San Paolo accentua molto di più parlando dell’io orgoglioso, è l’io che pensa che con la sua bravura, con le sue buone azioni, con la sua fedeltà si è guadagnato la salvezza, l’io che si pensa protagonista della sua salvezza, sono io che mi salvo, cerco di essere bravo, osservo tutta la legge che Dio mi ha dato, poi mi presento davanti a Dio io ho fatto quello che mi hai detto, adesso tu (Dio) sei in debito con me. San Paolo dice: il nostro io orgoglioso va crocifisso così come Dio ha sperimentato l’umiliazione, la debolezza per portare salvezza. Ed allora questo io di prima
del Paolo bravo osservante della legge che in questa osservanza si gloria, e rivendica i titoli di merito davanti a Dio è ormai morto. Sono stato crocifisso con Cristo non io vivo è Cristo che vive in me. Questa vita che io vivo nella carne e nel corpo… cosa vuol dire? È la vita concreta cioè: non è una cosa idealizzata che Cristo Vive in Me con la fantasia; qui sta parlando della vita
di ogni giorno, la vita nella carne, nel mio impegno, la vita nelle mie fatiche, questa vita concreta la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato ed ha dato se stesso per me. Ormai la mia vita è in rapporto a Cristo nell’apertura a Lui. Questo vuol dire vive Cristo in me. La vita che io vivo quaggiù è tutta all’insegna della luce di Cristo. Del Figlio di Dio che mi ha amato e si è consegnato a me ed ha consegnato se stesso a me. Cosi tradotto
nella Nuova Traduzione la parola è Consegnarsi e qui concludo la parte propria paolina: Se Cristo si è Consegnato a me che paura ho io di consegnarmi a lui?
capito che Paolo qui non si comprende nelle fibre più intime quello che è avvenuto in lui, lo rivela, lo trapela, lo trasuda da questo versetto che più in tutto il resto dell’Epistolario paolino cioè è la trasformazione interiore che è avvenuta in Paolo. E questo rapporto profondo, unico che lega lui è Cristo tanto che può dire ed affermare: è Cristo che vive in me. Se per don
Alberione è così l’ideale e la missione della Famiglia Paolina Vivere e Dare Cristo al Mondo; è il Cristo completo, il Cristo totale. Don Alberione ha compreso che in questa affermazione di Paolo Cristo Vive in Me, c’è l’apostolo che ha fatto suo tutto il mistero di Cristo, si è aperto in lui e questa è la via spirituale per poter donare Cristo al mondo. Cosa doni se non è Vivo in te
Cristo e se non ti sei consegnato a lui? Ecco allora la parola d’ordine di don Alberione: Cristificarsi cioè far vivere Cristo in noi. Su questo punto don Roatta sulla centralità di Galati 2,20 ha esteso tutto un capitolo che è molto bello. Se la piena trasformazione di Paolo è avvenuta e la fa comprendere in
questo versetto allora Galati 2,20 è il punto sintesi della Spiritualità paolina e qui cita quanto dice don Alberione in una citazione che troviamo nel mese di Spiritualità ai Paolini del 1960 “ Ut perfectus sit Homo Dei ” terza settimana n° 187 – 188 < La Famiglia Paolina ha una sola Spiritualità vivere
integralmente Tutto il Vangelo, vivere del Divin Maestro in quanto Lui è la Via, la Verità e la Vita, viverlo come lo ha compreso il suo discepolo San Paolo “Vivo io ma non più io, è il Cristo che vive in me”, la mente di Gesù, il cuore di Gesù, la volontà di Gesù. Essere Membra vive operanti nel Corpo
Mistico di Gesù Cristo. Ecco allora abbiamo una prima indicazione: la mente di Gesù, il cuore di Gesù, la volontà di Gesù. Non la mia volontà ma quella di Gesù; non quello che penso io, il pensiero di Gesù, non il mio piccolo cuore ma, il cuore di Gesù. Come nell’uomo avviene uno sviluppo cioè
avviene una trasformazione, avviene uno sviluppo anche umano-interiore cioè spirituale. Per don Alberione il culmine, il vertice di questa trasformazione è quando ogni uomo raggiunge la piena maturità spirituale potrà dire: Non Vivo io ma è Cristo che vive in me. Dice ancora “Gesù Cristo è un pensiero il Divino-Innesto della natura” qui avviene una rivoluzione. Don Alberione in una
circolare paolina “Carissimi in San Paolo” dice così ; Saremo Santi nella misura in cui viviamo la vita di Gesù Cristo o meglio secondo la misura in cui Gesù Cristo vive in noi ed è quello che San Paolo dice di se “Non Vivo io ma è
Cristo che vive in me”. Una è la santificazione vivere Gesù Cristo e viverlo sempre meglio… essere santi è solo questo: Vivere la vita di Gesù o meglio ancora lasciar vivere Gesù in noi. Questo vivere in Cristo che si traduce far vivere Cristo! Quando noi ci siamo spogliati di noi stessi… (potrebbe essere un paragone per aiutare a capire) la nostra casa messa a confronto con altre è la
migliore perché è la nostra casa. Se dobbiamo traslocare abbandoniamo la nostra casa magari che non è adatta alle nostre esigenze e mi porto tutte le mie cose.
Il Vivere il Cristo è il nostro divino trasloco cioè lasciare la nostra vecchia casa con tutte le cianfrusaglie e andare a Vivere nella casa con il Cristo abbandonarci a Lui ( ci stai bene a vivere nel tuo io? Non è molto più bello vivere in Cristo?) per questo motivo bisogna traslocare per Essere in Cristo che è l’abitazione dello stare bene. Ma nel traslocare del tuo io avviene questo fenomeno che tu scopri che la Verità più profonda è Cristo che sta venendo ad abitare in te cioè fuori dalla metafora che aiuta a capire non a caso si parla di in-abitazione. Il mistero spirituale è la metafora dell’abitare. Il mistero Trinitario nella sua profondità dove le tre persone sono pienamente unite nell’amore che uno abita nell’altro cioè è talmente nell’altro che formano un Unico Dio. Quando tu rinunci a vivere nel tuo io che non è la cosa migliore del mondo perché abiti in Cristo e Cristo abita in te; avviene un unione tra i due tu ed il Cristo che è a modello della Trinità e non puoi più separarti ciò che è di Cristo e ciò che è mio. Il naturale ed il soprannaturale si fondono. Cristo che vive in me non è solo un bel pensiero è una realtà spirituale. Ecco allora che don Alberione al punto quando dice: l’Esame di Coscienza che bisogna fare è: Chiedersi di tanto in tanto Cristo Vive in me? Una domanda brevissima. Com’è adesso il mio cuore, la mia testa, il mio comportamento? (Ecco come don Alberione tiene a questo perché aveva capito il Vertice della vita spirituale) è una domanda che si può fare 10 o 20 volte al giorno
vogliono loro. Lasci che sia Dio a condurre. Perché in fondo può essere bello dirlo ma in realtà è doloroso perché ci sono le esigenze dell’io che vuole essere lui il protagonista e fare quello che vuole, quello che pensa meglio.
Attraverso la morte dell’io viene fuori la vita divina. Dio non ci vuole morti, Dio ci vuole vivi; ma quando Dio è vivo in noi siamo vivi realmente. Quando facciamo vincere noi stessi è una vittoria che non serve a niente. Per don Alberione tutti i religiosi sono chiamati ed hanno le Grazie per arrivare fino al matrimonio spirituale quello che nella mistica classica è “Come una sposa si
Unisce al Suo Sposo” che è il Vivere in Cristo. Talmente intimo Cristo a me che siamo una cosa sola. Alle Suore Pie Discepole don Alberione dice questo: Questa immedesimazione in Gesù Cristo è una Via Immensa, quando Gesù ha introdotto la sua sposa nella cella privata del suo amore, delle sua intimità; sono
misteriose e riservate le cose che gli dice. Così come quelle descritte nel Cantico dei Cantici. Seguite la dottrina di San Paolo il primo mistico, voi appartenete a Cristo a Lui solo, penetrate quanto più possibile in Cristo nei suoi pensieri, nella perfetta sua adorazione, nella lode che egli da al Padre fino a poter dire: Cristo vive in me”. Don Alberione si rende conto che questa
trasformazione sarà realizzata pienamente in cielo, qui in terra comincia, germoglia e fiorisce in cielo. Pensiero di don Alberione “ L’amore deve operare in noi una trasformazione, deve portarci fino a poter dire con nostro Padre San Paolo:
Vivo ma non più io è Cristo che vive in me. Questa trasformazione sarà operata perfettamente in cielo dove non penseremo più con la nostra testa, non ameremo
più con il nostro cuore, non opereremo più con le nostre mani, pur vivendo ancora noi saremo membra di Gesù Cristo vivente, quindi la nostra mente, il cuore, le mani, tutto sarà in Gesù Cristo. Saremo del tutto trasformati in Lui ed Egli in noi pur amando e pensando come uomini saremo in Gesù Cristo Vita
vera nell’anima. Ma tutto ha inizio sulla terra che sarà compimento in cielo.
Qui c’è una Mistica Paolina queste sono cose che poco si dicono, eppure per don Alberione era chiarissimo c’è un cammino spirituale profondo, straordinario.
Don Alberione dice: Se ci chiedono qual è lo Spirito Paolino dobbiamo saper rispondere che è Vivere in Gesù Cristo come è stato presentato a noi da San Paolo. Solo quando potremmo dire: Non sono più io che Vivo, ma è Cristo che Vive in me, avremmo raggiunto la perfezione cristiana”. Il nostro apostolato è tutta conseguenza di questo. Si va a bere la vita, a mangiare Gesù, si ripartirà poi portando innanzi a se Gesù ovunque lasciando che viva egli solo e operi rimanendo nell’opera nascosto in lui e per lui sperduti perché non vivo
più io ma Cristo vive in me. Nel nostro apostolato è Gesù che agisce, che opera ed i frutti saranno molto di più. Finché agisci tu, qualcosa di buono puoi farlo ma certamente non arriveranno mai i miracoli di Grazia di quando non lasci agire Gesù Cristo. Nel foglio che mi è stato dato non c’è studio migliore della sulla Spiritualità Paolina don Giovanni Roatta ssp “Spirito Paolino - San Paolo e la Famiglia Paolina nel pensiero di Don Giacomo Alberione. In modi diversi le citazioni riportate dicono un po’ questo: qui è riportato nella traccia lasciata per questo ritiro la MISTICA CROCIFISSIONE Religiosa è stata compiuta con TRE Chiodi POVERTA’ – CASTITA’ – OBBEDIENZA e questa dopo la Messa ed il martirio è l’Atto più Grande. E la perfezione religiosa, cristiana, sacerdotale è stabilirsi totalmente in Gesù Cristo Maestro Via e Verità e Vita.
Un brano, una riflessione molto bella che è un inedito nella voce di don Alberione in cui non si sa bene quando e dove l’ha detto… è stata sbobinata… Bisogna in sostanza che il nostro pensiero e la nostra attività vengano ad unirsi in Gesù Cristo che formiamo interiormente un solo pensiero e facciamo esteriormente un’attività conformata all’attività di Gesù Cristo per sempre più
orientare le anime verso Gesù Cristo – Cristificarsi. Ecco quella preghiera che io scompaia, che io sia assorbito da Cristo poi in altre parole o Verbo Eterno voglio passare la vita a sentirti a nutrirmi di te, che io sia un prolungamento di te, un docilissimo strumento. Vi è un’unica meta per i veri santi, un’unica consegna: Vivit Vero In Me Christus. Siamo dei prolungamenti di Gesù che ha trovato in noi dei docilissimi strumenti e ci fa muovere, ci predispone, ci chiama e ci fa passare per varie circostanze e per difficoltà, qualche volta anche per momenti di consolazione sempre Lui in Tutto. Questa necessità di centrare la nostra devozione in Lui è assoluta perché non c’è salvezza fuori di Lui. Ed allora bisogna passare necessariamente da Lui ed avere quindi propri i suoi pensieri. La nostra mente che sia la sua cioè egli con la sua mente domini, guidi, illumini la nostra mente. Noi dobbiamo avere il cuore rivolto al Padre, rivolto alle anime. Non solo pensare Vivo con Cristo ma sia proprio lui l’attore il vero regista. Egli Tutto in Tutto sempre. Possiamo lasciar vivere Cristo in noi? Non lo cacciamo? Non lo dimentichiamo? Lo amiamo? Sentiamo che
Egli è in noi e che è Lui che ci fa parlare, che ci fa muovere, che ci fa agire, che ci fa tralasciare una cosa perché non piace a Lui o che c’è ne fa abbracciare un’altra perché piace a Lui. Non è il nostro gusto che ci fa abbracciare una cosa e lasciare un’altra, ma perché non piace o la vuole Lui. Vivit Vero In Me Christus che svaniamo noi e che innalziamo Lui perché questo è il Mistero del Cristo: essere il Capo e noi le membra vive, l’immagine del Corpo Mistico.
Com’è bella la nostra devozione e come è più facile l’operare anche nei casi più difficili. Com’è più facile dominare i sensi, dominare le passioni e orientarle verso Dio. Allora noi siamo come sopra il nostro essere umano, sentiamo di essere mossi da un Dio e che le nostre opere sono divine perché il pensiero che le ha guidate sono di Gesù Cristo. La mossa interiore e dell’amore
è di Gesù Cristo e la volontà che viene a determinarsi è di Gesù Cristo. Egli è il capo di muovere la mano, di muovere il piede, e fare quest’azione di andare, venire, sentire, parlare, secondo i casi: Egli opera in noi. che ci abbia talmente assorbiti che quasi più non sentiamo la natura; ma questo è un’ideale.
Tuttavia è il centro della devozione ed è la meta che i paolini hanno da raggiungere.
Lasciamo davvero che la nostra vita sia all’insegna del Cristo, perché non sia un puro ideale. La nostra vita sia vissuta nella fede di una persona che mi ha amato e si è consegnato a me nell’Amore. È un Amore che contraccambia l’Amore:
io mi consegno a chi si è consegnato a me. E se una vita è nella fede in Dio e nell’Amore in Lui è una vita che ha una sola Speranza che è la vita Teologale.
Ma la Mistica Cristiana è nella vita Teologale ma vissuta non in una piccola percentuale ma quando è nella Totalità. Oggi la Chiesa il mondo vive momenti di bisogno come i primi tempi apostolici. Oggi c’è bisogno di una Nuova Evangelizzazione… c’è bisogno più che mai Oggi di veri Apostoli partendo dall’esperienza con il Cristo Vivo come l’apostolo Paolo che è il centro e culmine della nostra Spiritualità paolina.
Dott.ssa Giusy Ficarra






