domenica 11 giugno 2017

LO SVILUPPO DEL LINGUAGGIO E DELLA COMUNICAZIONE NEL CONTESTO SOCIALE




Docente Ficarra Giuseppina
Progetto Europeo (Italiano ai bambini stranieri) L 2
Scuola Statale Trieste

Bambini divisi per fasce d’età:

Lo sviluppo del linguaggio e della comunicazione nel contesto sociale

Il linguaggio è un sistema comunicativo di straordinaria complessità, un processo che è fonte inesauribile di meraviglia e di grande interesse scientifico. Imparare a parlare significa acquisire in un tempo relativamente breve, di norma nei primi tre anni di vita, una capacità straordinariamente complessa che si specializza e si consolida fino all’inizio dell’età scolare, quando l’acquisizione della lingua scritta segna un altro progresso importante. L’infanzia è un periodo dell’età evolutiva ricco di potenzialità, in cui il bambino, proteso a conoscere i contesti di vita quotidiana e a parteciparvi, mette in campo molte energie, pronte a esprimersi non appena se ne presenti l’opportunità: così è anche per l’apprendimento del linguaggio, che nei primi sei anni di vita registra uno sviluppo sorprendente, in termini di lessico.

Poiché l’imparare a parlare richiede di apprendere qualcosa di più di un codice per dominare, ciò che consente al bambino di trasformare le intenzioni comunicative in enunciazioni linguistiche è un sistema di supporto per l’acquisizione del linguaggio basato su una struttura dialogica e sui sostegni forniti sin dalla prima infanzia.

Il linguaggio è relazione e comunicazione, permette all’individuo di accedere alle diverse conoscenze, di inserirsi nella sua cultura e nella società in un rapporto di tipo cooperativo. Il bambino impara a parlare interagendo con le persone che lo circondano e a costruire le espressioni verbali appropriate alle situazioni e, nel medesimo tempo, allineate con le regole strutturali del sistema linguistico assorbito dall’ambiente di vita. La comunicazione si basa, quindi, sull’interazione e sulla condivisione dei significati, ovvero è un processo di negoziazione implicita nel quale le persone coordinano il loro comportamento mediante l’applicazione di schemi interpretativi condivisi (Anolli e Scurati, 1987, p. 15).

In questo senso, la comunicazione diventa un processo non solo psicologico ma anche sociale; assume così un significato rilevante il contesto, in quanto costituisce la matrice del significato (Bateson, 1985).

L’adulto e il bambino tendono pertanto a costruire significati condivisi all’interno di precisi contesti culturali e questa modalità rappresenta la prima fase di comunicazione del bambino a cui seguirà lo sviluppo linguistico e comunicativo vero e proprio. 

Per imparare a utilizzare efficacemente il linguaggio, il bambino deve:
-         Analizzare i suoni linguistici che ascolta in modo da identificare le unità che costituiscono la propria lingua materna (fonemi, morfemi, parole e frasi);
-         Padroneggiare i pattern articolatori necessari a produrre i fonemi e le sequenze di fonemi della propria lingua;
-         Acquisire e ampliare un vocabolario contenente un enorme numero di voci lessicali e altrettanti significati;
-         Padroneggiare le regole morfologiche e sintattiche per combinare le parole in frasi grammaticalmente corrette;
-         Imparare a conservare e a utilizzare le diverse funzioni comunicative del linguaggio in base al contesto e all’interlocutore per produrre un discorso.

Non è possibile parlare di sviluppo del linguaggio senza inserirlo all’interno di una più ampia capacità comunicativa, ma al tempo stesso è importante sottolineare la sua specificità, cioè le proprietà che rendono il linguaggio unico e diverso da altri sistemi comunicativi. Queste proprietà sono essenzialmente due: «la creatività e l’arbitrarietà. Chi parla una lingua è in grado di produrre una grande varietà di messaggi combinando tra loro un numero limitato di unità-base di quella lingua e nel linguaggio la relazione tra suoni e significati è arbitraria, ovvero il significato non può essere ricavato dalla forma del suono, ma viene appreso e trasmesso culturalmente da una generazione all’altra» (Camaioni e Di Blasio, 2002, p.128). 

Parlare significa usare il linguaggio in modo non solo grammaticalmente corretto ma anche contestualmente appropriato: quando e dove parlare, su che cosa, a chi, in che modo. Quando inizia la scuola dell’infanzia, il bambino dispone di un vasto e articolato repertorio di competenze linguistiche: 

Conversa con naturalità nella lingua della comunità di appartenenza, racconta episodi autobiografici, […]interagisce con pertinenza negli scambi comunicativi, avanza proposte e chiede spiegazione. Ma soprattutto egli mostra interesse al discorso degli altri, motivato com’è a essere partecipe a pieno titolo della comunità linguistica, che è comunità di vita, esperienze, conoscenze e affetti. Tale interesse […] si configura in termini costruttivi e interattivi a contatto con le sollecitazioni verbali degli adulti. (Cisotto e Gruppo RDL., 2009, p.7) 

mediante associazioni ripetute tra oggetti e parole, il bambino apprende poi a denominare, approdando gradualmente al linguaggio convenzionale della comunità a cui appartiene. Alla luce di tali riflessioni, si ritiene che la competenza linguistica sia una componente fondamentale della competenza comunicativa. Nella scuola primaria, la riflessione sulle strutture intermedie (morfologia, sntassi, lessico, ordine delle parole, intonazione) della lingua italiana è uno dei momenti fondamentali e irrinunciabili dell’educazione linguistica, intesa come approfondimento e presa di coscienza del sapere linguistico implicito (competenza) ed esercitazione dell’uso della lingua in vista di una maggior correttezza e proprietà nella produzione di testi. 

La scoperta e la conoscenza delle categorie della lingua, primario strumento della ragione, hanno una forte valenza educativa, in quanto permettono e ampliano la consapevolezza del proprio pensiero e del suo strutturarsi in rapporto alla realtà.

Elenco delle attività svolte
1.     Ogni cosa al suo posto
2.     La casa e i suoi oggetti
3.     La mia famiglia
4.     Oggi mi vesto così
5.     Alla scoperta di colori e parole
6.     Parole in rima
7.     La scatola delle storie
8.     Alfabeto: vocali e consonanti
9.     Che animale è? Gli animali della fattoria, del bosco,  della savana.
10.                       Maschile e femminile singolare e plurale.

Cfr. Anna Maria Venera - Arricchimento Linguistico nella scuola – giochi e attività per sviluppare le competenze lessicali, narrative e descritte.
Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A 2014




Trieste, 12 giugno 2017

                                                                              © Prof.ssa Giuseppina Ficarra


 Foto di Giusy Ficarra, l'Isola del tesoro





sabato 29 aprile 2017

SANTA CATERINA DA SIENA, VERGINE E DOTTORE DELLA CHIESA, PATRONA D'ITALIA E D'EUROPA


Buongiorno cari amici,

oggi la Chiesa celebra una grande Santa Caterina da Siena 1347 - 1380. 
Venerata come santa, fu canonizzata da papa Pio II nel 1461, nel 1970 è stata dichiarata dottore della Chiesa da Papa Paolo VI.

È compatrona d'Italia e d'Europa. Caterina è vissuta nel periodo medievale dove la donna era considerata un essere inferiore, cosa che era confermata e ribadita dalla Chiesa. (Ancora alcuni la pensano così).

Nel diritto canonico infatti, se fino a S. Tommaso la donna era stata "cosa necessaria all'uomo", con i Padri della Chiesa, essa divenne "la porta dell'Inferno". 

Fin dal suo ingresso nel mondo, la donna tardo medievale partiva svantaggiata. La nascita di una bambina era vista come una disgrazia, e provocava nei padri l'angoscia per la dote, che le avrebbero dovuto fornire. 
Accolta male, nutrita male e vestita peggio dei suoi fratelli, la sua vita era vista come votata a due sole attività: le cure casalinghe e la procreazione. 
L'educazione femminile era quasi totalmente trascurata e le ragazze vivevano sempre chiuse in casa, fatta eccezione per i momenti in cui accompagnavano la madre nella chiesa parrocchiale.

Si cercava di non lasciare mai del tempo libero alle ragazze, poiché l'ozio era ritenuto un cattivo consigliere. 
Apparentemente timida e riservata, la ragazza medievale viveva tutta la sua vita in sudditanza, e questo valeva per qualsiasi ceto di appartenenza. 
E' certo che alcune donne più forti riuscivano a liberarsi, ma in generale la vita che conducevano era assai misera.

Il divieto di accedere agli ordini sacri non ha impedito ad alcune donne dalla personalità molto forte di avere un ruolo importante nella storia della Chiesa. 
È il caso di Santa Caterina, terziaria domenicana, morta a trentatré anni. Ancora ventenne, raccoglieva a sé molti perché attratti dalla sua vita di preghiera e di penitenza. 
Il suo raggio d’azione raggiunse ben presto un’ampiezza straordinaria: Caterina convinse papa Gregorio XI ad abbandonare Avignone e a tornare a Roma, e in seguito, al momento del grande scisma, prese posizione con forza per Urbano VI, il papa di Roma.
Interessante come la potenza di Dio si “rivela ai piccoli” oggi nel Vangelo di Matteo capitolo 11, 25 b – la santa non sapeva scrivere e non conosceva il latino, ma univa a una grande intelligenza un ardente amore per Cristo, tanto che l’Epistolario e il Dialogo della divina provvidenza, da lei dettati, le valsero di essere la seconda donna proclamata dottore della Chiesa, una settimana dopo santa Teresa d’Avila (1970) 

Questa mattina durante l’omelia nella Celebrazione Eucaristica, il sacerdote ha sottolineato l’importanza per noi cristiani quanto sia importante conoscere la storia della Chiesa. 

Sono parole che condivido perché la storia ci aiuta a capire il presente e a guardare al futuro. 
Migrazioni, confronti con seguaci di fedi diverse, le relazioni fra religione e violenza, le forme della misericordia e dell’accoglienza, la capacità del Vangelo di rinnovare le comunità. 
Sono le grandi questioni che oggi ci interrogano.

“La loro complessità dimostra che le nostre categorie sono inadeguate per capire il tempo che viviamo, nel mezzo di un cambiamento d’epoca. 
Ecco allora la necessità di indagare il passato, non per trovarvi facili attualizzazioni, né per condannare applicando criteri contemporanei, ma per rilevare la ricchezza di un percorso plurimillenario che ci appartiene e dal quale derivano molti aspetti del nostro modo di essere” - “Fin dai primi secoli i cristiani hanno avuto la capacità di guardare con lucidità alle loro origini e al loro essere nel mondo – ha detto Renata Salvarani. 

Anche oggi la Chiesa ha bisogno del lavoro degli storici per guardare a se stessa e al proprio cammino dentro il tempo dell’uomo, al rapporto con le religioni, all’incontro con i non credenti. 
Contraddizioni, inadeguatezze, errori sono parte dell’agire umano e, come tali, non possono essere negati. 

Al contempo, l’impatto di innovazione del Cristianesimo, la sua forza di trasformazione, la sua capacità di farsi carne viva dell’uomo si leggono proprio attraverso eventi e fenomeni che scandiscono la storia”.

Ecco perché è fondamentale conoscere la storia della Chiesa come questa può diventare un terreno fecondo per individuare motivi di interpretazione di fronte ai fenomeni che segnano i nostri giorni. 

Ci invita a porci interrogativi nuovi e a guardare con occhi diversi il nostro passato e, soprattutto, il nostro futuro.

© Giusy Ficarra Annunziatina/Paolina



Trieste, 29 aprile 2017

sabato 11 marzo 2017

TUTTO È ETERNO


I primi filosofi compresero che il sapere è ricerca dei principi.

TALETE il principio dell'Archè, individua tale origine nell'acqua 
e costitutiva di ogni forma di vita.

ANASSIMANDRO individua l'Archè non nell'acqua, 
ma nell'apeiron, ossia l'infinito - condizione dello spazio inteso nel senso materiale.

ANASSIMENE discepolo di Anassimandro sostiene il principio che spiega l'origine del mondo sia l'aria cerca di spiegare i mutamenti presenti in natura attraverso il costate processo di condensazione e rarefazione.

ERACLITO individua una fisionomia più articolata, in sostanza, 
sempre in evoluzione, sempre in divenire e in continua lotta. TUTTO SCORRE- PANTA REI in altri termini in eterna trasformazione. 
Il divenire, inteso come mutamento, movimento, scorrere senza fine della realtà, perenne nascere e morire delle cose, è stato uno dei concetti filosofici più importanti su cui si sono contrapposte visioni ontologiche di tipo statico (come quella eleatica) e di tipo dinamico (come quella eraclitea e dell'atomismo leucippeo).

Il termine divenire [dal latino devĕnire composto di de (prep. che indica moto dall'alto) e venire (venire) quindi propriamente 
"venir giù"] in filosofia implica un cambiamento non solo nello spazio, come nel significato originario, ma anche nel tempo.

La difficoltà del concetto

La problematicità della definizione del divenire inizialmente nasceva dalla considerazione che la sostanza primigenia 
doveva concepirsi come unica, immobile ed immutabile: ma se così era, come si spiegava la nascita da essa della molteplicità delle cose? 
Se all'inizio, come ad esempio sosteneva Talete, l' essenza unica era l'acqua, tale doveva rimanere per sempre e non dar luogo alla molteplicità degli esseri.

La difficoltà, anche se non esplicitamente affrontata, si 
presentava al pensiero dei primi filosofi della Ionia che cercano di superarla parlando di una sostanza, sempre identica a se stessa, ma vivente. Tutto vive (panpsichismo e ilozoismo). 
È la vita della sostanza che spiega la molteplicità degli esseri che divengono, nascono e muoiono. 
Ma è chiaro che parlare di vita della sostanza equivaleva a una contraddizione in terminis, poiché si definisce sempre identica a se stessa, e quindi immutabile, qualcosa che in effetti vivendo diviene e muta continuamente.

Eraclito
Il divenire è, secondo Eraclito, la sostanza dell'Essere, poiché ogni cosa è soggetta al tempo e alla trasformazione. 
Anche quello che sembra statico alla percezione sensoriale in verità è dinamico e in continuo cambiamento.

Questo concetto si concretizza nella tesi che individua nel fuoco (πῦρ, in greco) il simbolico principio di tutte le cose. Questo elemento simboleggia per antonomasia il movimento, la vita e la distruzione.

Il divenire è quindi la legge immutabile, il logos, «poiché tutto muta, meno la legge del mutamento», che regola l'alternanza di nascita e morte. È l'identità del diverso, ovvero l'elemento che unifica il molteplice (ciò che in tutte le molteplici cose è costante). 
Il divenire è infatti composto di opposti che convivono nelle cose: la strada in salita è la stessa anche in discesa, la fame rende dolce la sazietà ecc. 
Appare per la prima volta una concezione dialettica della realtà.

Ma non tutti sono in grado di riconoscere il logos, la legge che regola il mondo. Solo alcuni sono i "desti" che sanno riconoscere la legge comune del logos, gli altri, i "dormienti", vivono come in un sogno, sono prigionieri dell'opposizione, della lotta, del contrasto, incapaci di sollevarsi all'unità del tutto:

« Di questo logos che è sempre gli uomini non hanno intelligenza, sia prima di averlo ascoltato, sia subito dopo averlo ascoltato; benché infatti tutte le cose accadono secondo questo logos, essi assomigliano a persone inesperte, pur essendo possibile addurre prove in parole e opere tali quali sono quelle che io spiego, distinguendo secondo natura ciascuna cosa e dicendo com'è.
Ma agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo non sono coscienti di ciò che fanno dormendo »
Eraclito, infatti, afferma che tutto scorre (panta rei), che tutto è in perenne movimento, e la staticità è morte. In questa concezione, infatti, il divenire è la condizione necessaria dell'Essere, della vita stessa. Tipico è l'esempio del fiume: Eraclito afferma che è impossibile bagnarsi due volte nello stesso fiume, perché dopo la prima volta, sia il fiume (nel suo perenne scorrere) sia l'uomo (nel suo perenne divenire) non sono più gli stessi.
«A chi discende nello stesso fiume sopraggiungono acque sempre nuove.»
«Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo.»

Anzi un suo discepolo, Cratilo obiettò al suo maestro che in effetti non ci si può bagnare nello stesso fiume neppure una sola volta poiché l'acqua che bagna il piede non è più la stessa che bagna la caviglia.

L'armonia delle cose, per Eraclito, sta proprio nel suo perenne mutamento e nel continuo contrasto tra gli opposti. Questo concetto è definito polemos ("guerra", "opposizione"), il quale permette l'esistenza di tutte le cose.

Un'altra concezione del divenire
Sarebbe irrazionale e irreale quindi pensare il divenire come il passaggio dal non-essere all'essere e viceversa, poiché dal nulla, nulla può venir fuori e d'altra parte è impensabile che il divenire sia un andare dall'essere al non essere, poiché l'essere non può cadere nel nulla.

È possibile allora spiegare il divenire anche mediante i concetti di potenza e atto. Un tavolo (forma), costruito partendo dal legno (sostrato) è il passaggio da un essere in potenza (il legno prima di essere lavorato come tavolo) ad un essere in atto (il tavolo). Affinché questo movimento avvenga è necessario che venga compiuto da qualcosa o qualcuno - il falegname in questo caso - che viene definito dal filosofo causa efficiente o meglio Motore

Esistono diversi modi del divenire :

sostanziale (generazione e corruzione dell'ente);
qualitativo (l'alterazione dell'essere);
quantitativo (aumento e diminuzione, la quantità dell'essere);
locale (lo spostamento, la traslazione di un essere da un posto ad un altro);
Il movimento locale è fondamentale, sta alla base di tutti gli altri moti che lo presuppongono, e si distingue in:

circolare, sempre uguale a se stesso, caratterizza il movimento dei cieli composti dal quinto elemento l'etere che è eterno, non ha mutamenti;
rettilineo, dal basso in alto e dall'alto in basso, proprio dei quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco. Gli esseri che hanno questi moti contrari sono corruttibili.
Le cause del movimento possono essere:

accidentali, se riguardano fenomeni naturali
volute, se compiute dall'uomo

Hegel
Il concetto del divenire è fondamentale nella filosofia hegeliana tutta impostata sull'incessante sviluppo dialettico del pensiero e della realtà. La realtà del divenire è dimostrata dal fatto che l'essere nella sua indeterminatezza equivale al nulla nel senso che non si conosce niente quando si dice semplicemente essere ma dovremo dire "questo essere" per uscire dalla vacuità e così il concetto del nulla a sua volta si converte in quello dell'essere. Siamo noi a concepire l'essere e il nulla. Non c'è alcun movimento che proceda “dall'essere al nulla”, poiché entrambi si equivalgono. Il concetto del divenire invece comprende entrambi i concetti dell'essere e del nulla nel senso che il divenire è sempre o un nascere o un perire, qualcosa che ancora non è e che sarà, o che è già stato e non è più. Il divenire allora è qualcosa di immanente al nostro stesso pensiero che ha lo stesso andamento, movimento dialettico della realtà.
  
Henri Bergson
Nel pensiero idealistico posteriore, il divenire si è svincolato dall'aspetto logico linguistico e si è sempre più identificato con il tema dell'Io e della storia.

Nella corrente dello spiritualismo il tema del divenire viene associato da Henri Bergson al tempo assumendo così il nuovo significato di "durata":

« Se voglio prepararmi un bicchiere di acqua zuccherata, debbo pur aspettare che lo zucchero si sciolga. Questo piccolo fatto è ricco di insegnamenti: giacché il tempo dell'attesa non è più quel tempo matematico che varrebbe per tutto il corso della storia del mondo materiale, anche se questa avesse a dispiegarsi in un sol tratto dello spazio: essa coincide con la mia impazienza, cioè con una parte della mia durata, che non si può allungare o abbreviare ad arbitrio. Non è più qualcosa di pensato, è qualcosa di vissuto; non è più qualcosa di relativo. ma di assoluto.»

Il tempo spazializzato della fisica che considera gli istanti che si susseguono, come esterni uno all'altro, nel divenire differenti solo quantitativamente è una astrazione che vuole sostituirsi alla reale durata dove tra istante e istante, che si compenetra uno all'altro, c'è una differenza qualitativa di una perenne creatività che si contrappone alla pretesa reversibilità del tempo della fisica.
  
Emanuele Severino
Nell'ambito del dibattito filosofico attuale una dei più originali contributi al concetto del divenire è quello del filosofo Emanuele Severino che incentra il suo pensiero proprio sulla considerazione del mutare:

« Questa differenza, che è l'autentica 'differenza ontologica', è richiesta dal fatto (ché appunto di un fatto si tratta) che 'il medesimo' sottostà a due determinazioni opposte (immutabile, diveniente), e quindi non è medesimo, ma diverso (ossia questo colore eterno non è questo colore che nasce e perisce). Agisce cioè daccapo, la legge dell'opposizione del positivo e del negativo, per la quale il negativo non è soltanto il puro nulla (Parmenide), ma è anche l'altro positivo (Platone). »
Severino arriva a una nuova elaborazione del concetto di causa ed effetto, in cui la causa necessaria non cessa di vivere quando dà vita all'effetto, ma, coeterna con l'effetto, si dice tale perché l'apparire e poi sparire della causa provoca sempre l'inevitabile entrare e uscire dell'effetto. Il principio di causalità, che la filosofia normalmente deriva dal principio di non-contraddizione, è applicato all'apparire degli enti nel divenire, e non al loro essere che non può essere causa o effetto di nulla, perché è e resta eterno. Non è la legna che diventa cenere, ma è la legna a causare l'apparire della cenere quando la legna cessa di essere visibile.
Quindi, il fatto che prima appaia la legna e poi la cenere, non è né un puro caso né qualcosa di dovuto a una causa esterna a entrambe, come è una mente creatrice che ha dall'eternità sincronizzato due orologi in modo che si vedesse apparire prima la legna e poi la cenere (sia che la legna "muoia" e finisca sostanzialmente in cenere, o sia un mero apparire uno dopo l'altro di enti eterni)

I valori immutabili
Per Severino il divenire, ossia l'intendere il processo vitale come un costante passaggio tra l'essere ed il non-essere, è alla base della concezione moderna del mondo. Il divenire è da Severino inteso come l'apparire dal nulla e lo scomparire nel nulla degli enti, motivo per cui il concetto di divenire provoca un costante senso d'angoscia nell'uomo moderno. Da questa angoscia è scaturito il bisogno, per l'uomo, di escogitare una qualche scappatoia da questo processo di nullificazione dell'esistenza e dell'essenza. Tale scappatoia è vista da Severino negli Immutabili, valori che gli uomini hanno posto come verità ultimative e fondative della realtà, che avrebbero dovuto regolare e legalizzare il processo del divenire sottraendogli quell'aspetto di irrazionalità e imprevedibilità da cui scaturisce l'angoscia sopra citata.

Tuttavia a partire da pensatori come Leopardi e Nietzsche, secondo Severino, si sono piano piano frantumate tutte le certezze e i fondamenti del sapere occidentale, si è assistito a una vera e propria distruzione di quella che il pensatore bresciano definisce "episteme": non è più possibile per l'uomo credere in questo tipo di verità.

Ritorno a Parmenide

È quindi giunto il momento, per Severino, di "tornare a Parmenide" cioè recuperare quel senso dell'essere che sarebbe stato smarrito nella filosofia occidentale a partire da Aristotele: non è possibile pensare che un ente divenga "altro da sé" (la legna che diventa cenere, la legna che produce la "sua" cenere) perché cioè implicherebbe un impossibile passaggio dall'essere al nulla. La legna che smette di essere legna per diventare cenere (o uno degli infiniti passaggi intermedi) dovrebbe entrare nel nulla: questa è la vera essenza del nichilismo, secondo Severino.

Parmenide invece sosteneva che "l'essere è, e non può non essere", l'essere e il nulla sarebbero in tale opposizione da non potersi incontrare neanche nell'attimo in cui una cosa passa dall'essere al nulla (il momento in cui la legna smette di essere legna - per diventare cenere - è un momento in cui l'essere della legna dovrebbe non essere, il che implicherebbe una stridente contraddizione): la risposta a questa fondamentale problematica è, secondo Severino, che tutto è eterno.

Tutto è eterno
Ogni cosa che ha la proprietà di essere ha, per la stessa natura dell'essere, la proprietà di essere eterna. Questa affermazione, che sembra in stridente contrasto con il senso comune, viene in ogni caso giustificata da Severino: le cose che non vediamo più non sono improvvisamente entrate nel nulla, come sembrerebbe, perché non possono farlo; sono semplicemente scomparse dall'"orizzonte degli eventi", ma continuano ad esistere in una dimensione che non è quella mondana.

La realtà, per Severino, è come la pellicola di un film: i fotogrammi esistevano già prima di passare davanti al proiettore, e continuano ad esistere una volta che l'hanno passato; nello stesso modo gli enti esistevano già prima di apparire nel mondo, e continuerebbero ad esistere anche una volta che non sono più percepibili. Questa metafora però non rende pienamente il senso del discorso severiniano e rischia, se presa alla lettera, di generare più paradossi di quanti in realtà non ne risolva. Possiamo dire che, per Severino, è sbagliata l'idea che possa esistere un 'proiettore' sovra-temporale, innanzi al quale tutte le cose 'passano': in realtà, anche il 'proiettore' (cioè la coscienza) fa parte di ogni singolo fotogramma della pellicola che, da un punto di vista assoluto, non si muove affatto. Il divenire è allora semplicemente la percezione della compresenza, all'interno della coscienza di un determinato istante T, dell'istante presente e del ricordo dell'istante precedente T-1 (o meglio, di tutti gli istanti T-1, T-2, T-3.... che vengono abbracciati dal ricordo): ecco spiegata l'apparente dinamicità del reale. In altre parole, anche la coscienza è frammentata in un'infinità di fotogrammi, ciascuno dei quali contiene sia l'evento 'presente' sia il ricordo degli eventi 'passati'.

Note
·        Enciclopedia e Vocabolario Treccani alla voce corrispondente
·        22 B, 1 Diels-Kranz
·        In realtà il famoso motto panta rei non è attestato nei frammenti di Eraclito giunti fino a noi ed è probabilmente da attribuirsi al suo discepolo Cratilo che svilupperà il pensiero del maestro, estremizzandolo. Ma la formula lessicale "panta rei" verrà coniata ed utilizzata la prima volta solo da Simplicio in Phys., 1313, 11.

© Giusy Ficarra Annunziatina/Paolina

Trieste, 11 marzo 2017



sabato 4 marzo 2017

IL POPOLO EBRAICO DALLE ORIGINI ALL’ESODO



Benché il popolo ebraico sia tutt’oggi una realtà storica tangibile e benché i suoi appartenenti siano di regola altamente consapevoli delle loro antichissime radici, le circostanze precise del suo affacciarsi sulla scena della storia rimangono ancora abbastanza oscure in assenza di una adeguata documentazione. Naturalmente possiamo basarci al riguardo su quanto narra la Bibbia (quello che per i cristiani si chiama “Antico Testamento”)1, ma, pur essendo essa un testo storico e letterario di grandissima importanza non può essere presa alla lettera nei suoi aspetti di dettaglio, soprattutto per quanto riguarda i periodi più antichi, perché essendo stata composta a quasi un millennio di distanza dai fatti narrati inevitabilmente contiene una serie di anacronismi, di ripetizioni, di imprecisioni, dovute alla rielaborazione redazionale di precedenti tradizioni andate poi perdute.

La Bibbia, dunque, è un documento senza dubbio attendibile nel suo quadro generale, ma poi è l’indagine storica che deve recuperare il percorso effettivo degli eventi attraverso l’analisi del testo e la comparazione con altri documenti eventualmente disponibili. Le origini del popolo ebraico si perdono nella galassia di tribù nomadi di razza e lingua semitica che gravitavano ai margini della cosiddetta “Mezzaluna fertile” verso l’inizio del II millennio a.C.

La situazione storica del momento era la seguente.
La Mesopotamia centrale e meridionale era dominata da una stirpe semitica chiamata
“Amorei”, che aveva soppiantato quella precedente degli Accadi. Gli Amorei avevano fondato la città di Babilonia (bab ilu, la Porta di Dio, ovvero la città divina) e il suo regno, comprendente il medio corso dell’Eufrate e del Tigri. Il più importante sovrano della dinastia amorea fu Hammurabi, autore del famoso codice penale (prima metà del XVIII secolo a.C.). Più a nord lungo il corso dell’Eufrate sorgeva la città e il regno di Mari (oggi sul confine fra Siria e Iraq), altro importante centro politico e commerciale. Nella Siria nord-occidentale e sulle coste del Mediterraneo si trovavano numerose altre città-stato indipendenti, anche se esposte all’influenza degli stati più importanti. Fra queste è da ricordare Ugarit, città marinara non distante dall’attuale Antiochia, dove è stata ritrovata una ricca documentazione letteraria e storico-religiosa. Nel territorio dell’attuale Libano e Israele viveva il popolo dei Cananei, parlanti una lingua semitico-occidentale (diversa dal semitico orientale o accadico), che è l’antenata del fenicio e dell’ebraico. Anche i cananei non avevano unità politica, ma erano suddivisi in varie città-stato come poi saranno le poleis dei greci. Nella Mesopotamia nord-orientale si era formato all’inizio del II millennio il regno dei Mitanni, che tuttavia scomparve verso il 1400. I Mitanni erano una tribù indoeuropea giunta nel paese attraverso il Caucaso, affine quindi agli iranici e agli indiani, che dominava su uno strato etnico preesistente di popolazione semitica.

1 I libri storici dell’AT più rilevanti sono Genesi, Esodo, Giudici, 1-2 Samuele, 1-2 Re, 1-2 Cronache. 2 2) Per “Mezzaluna fertile” si intende la fascia geografica che partendo dalla foce del Nilo sale lungo la costa del Mediterraneo (attuale Israele e Libano), attraversa la Siria settentrionale e ridiscende lungo la Mesopotamia (attuale Iraq). Nell’arco circoscritto dalla “Mezzaluna” si trova il deserto giordano e siriano, dove appunto transitavano i nomadi.

Essi introdussero l’uso del cavallo da guerra e dei carri. L’eredità della potenza mitannica passò per un lato agli Ittiti, altra popolazione di lingua indoeuropea che nella prima metà del II millennio si impadronì dell’Anatolia centrale e meridionale, per un altro agli Assiri, popolo semitico come i babilonesi e i cananei, che controllava il nord dell’attuale Iraq, ma svolse un ruolo storico soltanto più tardi.

Ricordiamo per completezza di informazione, anche se esce dal quadro geopolitico di cui ci occupiamo, che la prima metà del II millennio vede anche l’ultimo fiorire della civiltà minoica di Creta. I Cretesi (i Keftiu delle fonti egizie, i Kittim della Bibbia) erano un popolo proveniente con ogni probabilità dall’Anatolia (sede di importanti insediamenti urbani fin dal tardo neolitico), di razza e lingua sconosciuta. Verso il 1400 l’isola, che controllava con le sue flotte tutto l’Egeo, fu invasa dagli antenati dei greci, quelli che gli studiosi moderni chiamano Micenei (gli “Achei” di Omero). In precedenza i Micenei, popolo indoeuropeo della prima ondata migratoria, come gli illiri, gli italici, gli ittiti, gli iranici e gli indiani, aveva conquistato la penisola ellenica fondandovi le città di Micene, Argo, Tebe, ecc. Inoltre, i Micenei nella seconda metà del II millennio costituirono delle colonie sulle coste occidentali dell’Asia minore, entrando in conflitto con le città stato anatoliche già esistenti, per esempio il celebre regno di Troia. 

L’Egitto all’inizio del II millennio attraversava la fase storica cosiddetta del “Regno medio”. Indebolito da una crisi interna, l’Egitto nel 1750 a.C. subì l’invasione di un popolo probabilmente di origine semitica, chiamato nelle fonti locali gli Hyksos. Costoro dominarono per circa due secoli il Delta del Nilo (con capitale Avaris), finché ne furono cacciati dalla riscossa nazionale egiziana guidata dai principi del sud aventi per capitale Ni ? e, la città che più tardi i greci chiamarono anche “Tebe” (oggi Luxor-Karnak). Le dinastie faraoniche successive alla cacciata degli Hyksos sono quelle più importanti, alle quali si deve la maggiore espansione della potenza egiziana tra il XV e il XII secolo.

Le origini del popolo ebraico è stato variamente messo in relazione con le circostanze storiche qui per sommi capi accennate. Intanto il nome “ebrei” è stato ricollegato dagli studiosi alla denominazione di ? Abiru o Hapiru che ha la medesima radice semitica ? BR, “andare da una parte all’altra”, “vagabondare”, semanticamente analoga alla radice indoeuropea PER da cui il greco περα' της , il nomade (ma ne deriva anche il nostro vocabolo “pirata”). Il termine compare nei testi venuti alla luce fra le rovine del palazzo reale di Mari che contengono la corrispondenza fra il governo centrale e i funzionari periferici (ca. 1750 a.C.): vi si menzionano gli Abiru come un contingente di truppe arruolate fra i beduini che risulta assai difficile tenere sotto controllo perché hanno pericolose attitudini all’insubordinazione e al saccheggio. Anche le “Lettere di Amarna”, cioè la corrispondenza diplomatica conservata nel palazzo di Amarna nel Medio Egitto, sede del faraone Amenofi IV - Akhenaton (lettere che giungeva alla Cancelleria reale sia dai governatori provinciali sia dalle potenze straniere, da tutti scritte secondo l’usanza del tempo in lingua accadica) parlano degli Apiru riferendosi alla situazione di degrado politico della Palestina allora sottoposta al dominio egiziano (metà del XIV secolo): anche in questo caso si tratterebbe di mercenari o di gruppi nomadi incaricati di varie corvées che cercano di impadronirsi delle città cananee o di tramare insurrezioni. Infine in un trattato di pace fra Ittiti e Babilonesi si nominano come garanti dell’accordo “gli Dei degli Hapiru”: siccome in questi testi venivano invocati di regola le divinità venerate da tutte le parti in causa, ciò significa che i Babilonesi, o gli Ittiti, o entrambi, avevano nelle loro fila un reparto di soldati “Hapiru” (cioè mercenari) dei quali i numi tutelari dovevano essere registrati al pari degli altri.

Da tutto ciò possiamo desumere che Abiru non era in nessun caso il nome di un popolo ma una designazione “professionale” per indicare mercenari o lavoratori adibiti a mansioni pesanti, provenienti da tribù nomadi poco avvezze alla disciplina e perciò fonte continua di disordini, gente che volentieri abbandonava il servizio per trasformarsi in bande di razziatori. Questa origine poco nobile degli ebrei è peraltro ricordata dalle fonti di epoca ellenistica loro ostili. 

Lo storico giudeo Giuseppe Flavio (I sec. d.C.) scrivendo contro l’egiziano Apione critica la tesi di quest’ultimo secondo cui gli ebrei della Bibbia fuggiti dall’Egitto sarebbero stati soldatesche indisciplinate al servizio degli Hyksos. Più di recente si è voluto mettere in relazione la presenza degli ebrei in Egitto di cui parla l’Esodo con la riforma “monoteistica” introdotto dal faraone Amenofi IV - Akhenaton, che voleva sostituire il culto degli Dei tradizionali con quello del solo Aton, il disco solare (ad esempio Thomas Mann nel suo romanzo Giuseppe e i suoi fratelli descrive Akhenaton che elabora la sua teologia del Dio unico conversando con il personaggio biblico dell’ebreo Giuseppe, suo ospite). 

Questa ipotesi però è insostenibile, sia perché la tentata “riforma” di Akhenaton muoveva da ragioni politiche interne, sia perché non è attestato all’epoca nessun “monoteismo” al quale essa avrebbe potuto ispirarsi: infatti anche gli Abiru, come abbiamo visto dal trattato ittita, veneravano diverse divinità, non un unico Dio. Del resto pur ammettendo che gli antenati di quelli che in seguito si chiameranno “ebrei” appartenessero alla categoria degli Abiru, quest’ultima sicuramente doveva comprendere numerosi altri gruppi tribali del mondo semitico, che non condivisero la storia degli israeliti. All’inizio della storia del popolo ebraico come gli ebrei stessi l’hanno tracciata nel libro biblico della Genesi si trovano le tradizioni relative ai Patriarchi e all’uscita dall’Egitto.

Queste antiche leggende hanno senz’altro un nucleo storico, ma è pressoché impossibile ricostruirlo con esattezza saggiando la massa di materiali mitologici e celebrativi. ABRAMO è il personaggio dotato, nel racconto biblico, di maggiore personalità, mentre ISACCO e GIACOBBE sono figure più scialbe. In realtà è difficile pensare che si tratti di individui storicamente esistiti con questi nomi; molto più probabilmente si tratta di eroi eponimi, cioè di antenati mitici ai quali faceva riferimento come al proprio capostipite un determinato gruppo, cioè una famiglia patriarcale nomade del tipo che appunto viene de-scritto al seguito di Abramo nelle sue peregrinazioni. Di conseguenza, dovevano essere nomi originariamente indipendenti, legati a gruppi distinti, che poi, quando questi gruppi per varie ragioni si fusero, vennero associati creando fra di loro un rapporto genealogico. E’ molto probabile che tali società di nomadi avessero una visione religiosa molto semplice e quindi basata sulla venerazione di un’unica o principale divinità, eventualmente accompagnata.

Anche in Egitto i rapporti di parentela mettono insieme sul piano mitologico figure divine che in origine erano alla base di complessi mitico-rituali indipendenti, poi associati: è il caso di Iside e Osiride. “spiriti” divini inferiori che poi diventeranno gli ?elohim o gli “angeli”: è antropologicamente documentato che sono le popolazioni agricole sedentarie ad elaborare un pantheon complesso, mentre i pastori nomadi rappresentano una forma di monoteismo primitivo (cioè non teologicamente elaborato), espressione della semplicità della loro struttura sociale. Questo “unico” Dio sicuramente non era, però, Yahweh, nome che il Dio degli ebrei assunse soltanto
dopo l’unificazione delle tribù e l’Esodo dall’Egitto. Difatti anche nella Bibbia compaiono per l’epoca dei Patriarchi altri nomi divini, poi scomparsi, e per noi piuttosto oscuri: El Šadday (forse “il Dio della montagna”); El Elyon (il Dio che sta in alto); ? El olam (il Dio del mondo, o forse meglio il Dio che domina lo spazio e il tempo, quindi il Dio “eterno”). Una volta compare come nome di Dio anche “il Terrore di Isacco” (pah. ad Yis.h. aq, Gen. 31.42), che ci riporta a situazioni molto primitive, dove era il capostipite mitico del clan a istituire un certo tipo di nozione del
divino fondata su una sua “esperienza” personale, vera o presunta.

Le più antiche informazioni su questi gruppi tribali semitici facenti riferimento ai Patriarchi si collocano nel triangolo fra l’attuale confine turco siriano, ed i fiumi Eufrate e Khabur: la zona cioè di Carre o Harran dove non a caso Abramo viene localizzato nella tradizione musulmana. La sua cittadinanza a “Ur dei Caldei” indicata dalla Bibbia è anacronistica: Ur (antichissima città sumerica) non esisteva più nel II millennio e i “Caldei” erano allora un popolo di beduini alla foce dei due fiumi, a cavallo dell’attuale confine fra Iran e Iraq, che si impadronirono della Mesopotamia soltanto nell’VIII secolo a.C. Si è pensato che l’uscita di Abramo da un mondo cittadino per adottare un’esistenza vagabonda, guidato solo dal suo Dio, rifletta gli sconvolgimenti provocati nella regione dalla caduta del regno di Mari ad opera di Hammurabi re di Babilonia (1740 a.C.): in questa circostanza le popolazioni nomadi o seminomadi che gravitavano attorno a Mari sarebbero state disperse e spinte verso nord. In seguito “Abramo” (o il gruppo che da lui affermava di discendere), si sarebbe man mano avvicinato alla Palestina, seguendo la strade della “mezzaluna fertile”, alla ricerca di nuovi pascoli e vivendo ai margini delle zone coltivate. Ma in realtà di gruppi di questo genere dovevano essercene tanti, i quali poi entrarono in Palestina in tempi e circostanze diverse.

La storia biblica parla di una prima presenza degli “ebrei” in Palestina rappresentati da Abramo e dai suoi discendenti, Isacco, Giacobbe e i suoi dodici figli. Questa presenza ha carattere prevalentemente pacifico, se si eccettua l’episodio dell’assalto di Simeone e Levi a Sichem, il cui principe aveva fatto violenza a una loro sorella. La descrizione è per altri versi anacronistica: si parla di Ittiti o “Etei”, che in realtà non si spinsero mai così a sud, e di Filistei, che comparvero nella regione solo verso il 1000; inoltre si parla di animali come i dromedari, che in quel momento non erano conosciuti.
La denominazione dei dodici figli di Giacobbe riflette una situazione diversificata. I sei figli di Lia sua prima moglie (Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Zebulon e Issacar) stanno a rappresentare un gruppo di tribù che già molto prima dell’Esodo penetrò in Palestina, forse da sud (zona del deserto del Negev) e riuscì a stanziarsi qua e là, a spese delle disunite città cananee e approfittando della debolezza della dominazione egiziana sotto il regno di Akhenaton che notoriamente si disinteressava del tutto della politica estera, preso com’era dalle sue elucubrazioni religiose. Forse alcuni di costoro dovettero poi ritirarsi nuovamente nel deserto tra il Sinai e la Giordania a seguito della reazione degli abitanti. Gli stessi motivi che spingevano i figli di Lia a invadere, o tentare di invadere Canaan spinsero i gruppi facenti riferimento ai figli di Rachele seconda moglie di Giacobbe (Giuseppe e Beniamino, poi Efraim e Manasse figli di Giuseppe) a entrare in Egitto; certo non per conquistarlo ma per trovarvi un migliore tenore di vita, per lavorare come immigrati. Più incerta è la posizione dei gruppi che si richiamavano agli altri figli avuti da Giacobbe con altre donne (Gad, Neftali, Dan e Aser). Forse circolavano variamente ai margini della Palestina.

Un'ulteriore complicazione deriva dal fatto che la Bibbia fornisce due diverse liste dei Patriarchi: nella Genesi sono appunto dodici, ma nel canto di Debora dei Giudici, che uno dei testi cronologicamente più antichi (risale a circa il 1000) i Patriarchi sono dieci (con esclusione di Simeone e Gad). Si desume che il numero era fluttuante, ne comprendeva forse molti di più e in seguito a circostanze per noi ignote alcuni poi si esclusero o furono esclusi, altri li soppiantarono o li assorbirono, e in conclusione circa una diecina di gruppi diversi di clan nomadi parteciparono ad attività comuni e riconobbero un certo legame fra di loro, sancito con associazioni genealogiche. Pare che tutti questi gruppi avessero una qualche relazione fra di loro anche se vivevano a notevole distanza (per esempio quelli emigrati in Egitto); c’era un santuario comune nella località di Qadeš, nel Sinai. Il sentimento di “parentela”, vero o presunto, fu la
base per la futura unione nazionale.

Per quanto riguarda l’Esodo, la Bibbia ricorda che fra l’entrata in Egitto e l’uscita non passò molto tempo. Dal momento che l’Esodo non può essere avvenuto se non attorno al 1200, è chiaro che la presenza ebraica nel Paese del Nilo non può aver avuto nulla a che vedere con l’invasione degli Hyksos, cacciati definitivamente nel 1550. Sicuramente questi immigrati provenienti dal deserto arabo (che agli egiziani erano da sempre profondamente antipatici) furono impiegati nell’edilizia, non però come schiavi, ma come regolari salariati, il che ovviamente a quei tempi non escludeva un pesante sfruttamento: la Bibbia dice che lavorarono alla costruzione delle città di Pi-Ramesse e Pi-Atum, nel Delta, con evidente riferimento alle imponenti attività architettoniche promosse in tutto il regno dal grande faraone Ramsete II (seconda metà del XIII secolo). Se l’uscita dall’Egitto avvenne più o meno in quell’epoca, vi saranno entrati alcuni decenni prima.

Che l’Esodo degli ebrei sia un fatto reale sembra ormai incontestabile anche in assenza di documenti extra-biblici (nessuna cronaca egiziana dell’epoca menziona l’episodio in nessuna forma): perché non si può pensare che un popolo abbia conservato con tanta tenacia e per così tanto tempo la memoria devota di un episodio puramente immaginario. Si capisce però che le circostanze narrate dalla Bibbia denotano una buona dose di fantasia ed è assai difficile accertare come siano andate realmente le cose.

Il protagonista assoluto della vicenda, Mosè, è senza dubbio un personaggio storico per il semplice fatto che porta un nome egiziano e per giunta aristocratico (Mošeh è probabilmente la seconda parte di un nome egizio più lungo, di regola portato da principi, come Thut-mose, A mose ecc., e vuol dire “nato da...”): se il personaggio fosse stato inventato, gli avrebbero dato un nome riconducibile alla lingua ebraica, non a quella del “nemico”. Naturalmente Mosè è un ebreo, della tribù di Levi, ma non era impensabile che un ebreo immigrato o in genere uno straniero facesse carriera nell’alta amministrazione dell’Egitto, come dimostra del resto il caso di Giuseppe: gli egiziani disprezzavano bensì gli stranieri che si esibivano come tali, ma erano pronti ad integrare e a valorizzare quanti avessero la capacità di assimilare la loro cultura, di integrarsi e servire il paese. Più tardi Mosè avrà pensato di mettersi alla testa di un gruppo di compatrioti per dare loro un’identità e una terra, s’intende motivato anche da una scelta religiosa. A questo scopo meditò forse di raccoglierli nel santuario comune di Qadeš, oppure, ammettendo la tradizione secondo cui avrebbe trascorso un periodo della sua vita fuggiasco nel Sinai, di condurli verso il luogo di culto di un certo Dio “Yahweh” che giusto dai nomadi del Sinai veniva allora venerato (non sappiamo con quali caratteristiche) e che lui stesso potrebbe aver conosciuto. Ma da dove scapparono gli immigrati rescindendo il loro contratto di lavoro con il Faraone? Non certo lungo la sorvegliatissima strada militare che dal Delta giungeva a Gaza e tanto meno attraversando un Mar Rosso miracolosamente apertosi per l’occasione. La tradizione più antica non parla infatti del Mar Rosso ma del “mare delle canne”, vale a dire la palude fra i laghi salati che si trovava allora sulla linea dell’attuale canale di Suez. In quella zona probabilmente la sorveglianza dell’esercito egiziano era minore e le cose andarono bene.
Naturalmente il successo dell’operazione di fuga fu attribuito alla benevolenza speciale di Yahweh, il Dio del Sinai il cui culto Mosè intendeva far adottare al suo popolo. Il gruppo fuggito dall’Egitto si trattenne dapprima nella penisola sinaitica per alcuni decenni (la Bibbia parla di quarant’anni, ma il 4 e i suoi multipli sono un numero simbolico, probabilmente dobbiamo pensare a mezzo secolo o qualcosa di più). Qui si riunì con altre tribù ebraiche che erano rimaste nella zona e da tempo premevano sui confini della Palestina o in qualche misura vi si erano già infiltrate. Il senso dell’unità nazionale nacque dalla solidarietà fra un certo numero di gruppi tribali che (con l’esclusione di altri: vi erano infatti nella zona tantissime famiglie patriarcali beduine di lingua e cultura affine) facevano capo a un centro sacrale identificato col “Monte di Yahweh”. Dove si trovasse esattamente questo monte non sappiamo perché la tradizione posteriore non ne ha conservato la localizzazione: sicuramente non era l’attuale “Monte Sinai”, nella parte meridionale della penisola, dove si trova oggi il Monastero di Santa Caterina d’Alessandria e la cima visitata dai turisti perché l’identificazione di questo monte col “Monte di Yahweh” risale appena all’epoca cristiana. Con ogni probabilità era da qualche parte più a nord, nelle vicinanze del santuario di Qadeš e nel territorio in cui gli abitanti della regione (non specificamente gli “ebrei”) adoravano il Dio chiamato Yahweh.

L’unificazione fu sancita in termini religiosi con l’accettazione del culto di Yahweh, il Dio che secondo Mosè li aveva liberati dall’Egitto, quale unico (o più probabilmente principale oggetto di culto): in termini mitologici con l’elaborazione di un rapporto genealogico fra i capostipiti delle diverse tribù e in termini politici con l’assunzione di un nome etnico, Israele.

Il nome “Israele” è tardo, anche se la tradizione ha voluto ricollegarlo all’antenato comune delle dodici tribù, e cioè Giacobbe padre dei 12 Patriarchi, mediante l’enigmatico episodio della sua lotta notturna con un personaggio che sembrerebbe essere Dio stesso o un suo “angelo”. Yiśrael potrebbe in effetti significare “Colui che lotta con Dio”, ma anche “Dio è il condottiero (śarel)”, ossia colui che ispira e porta a buon fine le lotte del suo popolo. Storicamente il termine compare per la prima volta in una stele del faraone Merneptah, successore di Ramsete II (fine del XIII secolo) nella quale si ricorda una sua campagna militare nel Sinai che avrebbe portato allo sterminio totale delle popolazioni nomadi in esso stanziate: fra i nomi di queste popolazioni il Faraone nomina anche “Israele” precisando che “non ne è rimasto vivo nessuno”! In realtà le iscrizioni di vittoria dei faraoni erano sempre magniloquenti e straordinariamente ottimistiche.

L’esercito egiziano riuscì senz’altro a mantenere in quel periodo un certo controllo su parte della penisola (soprattutto sulle sue miniere) e ad impedire le periodiche incursioni razziatorie dei nomadi nel Delta, ma non spopolò la regione né impedì che, col tempo, la confederazione di tribù ebraiche autodenominatasi “Israele” acquistasse sempre maggiore potenza (vittoria sugli Amaleciti, ricordata dalla Bibbia).

A un certo punto, verso la metà del XII secolo, gli israeliti decisero di fare un notevole salto di qualità puntando verso quello che appariva essere il “ventre molle” dell’assetto politico mediorientale: le città-stato della terra di Canaan. La situazione era in quel momento favorevole perché tra il 1200 e il 1100 tutto il bacino orientale del Mediterraneo fu interessato da un imponente processo migratorio, di ignota provenienza ma certo di considerevole entità, che fece crollare uno dopo l’altro come in un gioco di “domino” quasi tutte le grandi entità statali costituitesi del II millennio: più o meno contemporaneamente vengono attaccati e distrutti i regni micenei della Grecia continentale, il regno degli Ittiti in Anatolia, alcune grandi città della fascia cananea siro-palestinese tra le quali Ugarit. L’ondata migratoria si diresse lungo la costa verso l’Egitto, e fu bloccata dal faraone Ramsete III in una grande battaglia combattuta per terra e per mare nei pressi di Gaza nel 1194. I rilievi trionfali nel tempio funerario di Ramsete III sulla riva sinistra del Nilo di fronte a Karnak illustrano la battaglia e definiscono l’esercito nemico (un complesso di gruppi etnici diversi che viaggiava con le famiglie al seguito, accompagnato da una potente flotta) come i “Popoli del mare”, ed è questa la definizione usata, per mancanza di altre notizie, dagli storici moderni.

In seguito alla sconfitta subita, questi “Popoli del mare” rinunciarono alla conquista dell’Egitto e si stanziarono nelle zone costiere della Palestina, dove furono conosciuti col nome di “Filistei” (ebr. Pilistiym), dando così da allora in poi il nome alla regione. Non sappiamo da dove venissero e l’identificazione delle componenti etniche rimane solo congetturale. Nell’insieme si pensa ad un’origine anatolica, ma alcuni aspetti della loro cultura fanno pensare alla Creta minoica (i documenti rimastici del mondo filisteo mostrano l’uso della scrittura detta “Lineare A” che si impiegava a Creta prima della conquista micenea); ma ovviamente si creò ben presto un’osmosi con la precedente cultura locale cananea, soprattutto nell’ambito della religione. In questa situazione di disordine conseguente alle devastazioni della guerra, gli israeliti provenendo dal deserto orientale pensarono che era giunto il momento di traversare il Giordano e di stabilirsi nel ricco paese di Canaan. La Bibbia descrive questi fatti come una conquista militare in grande stile, condotta da “tutto Israele” (cioè le dodici tribù) seguendo un piano strategico globale e sotto la direzione di uno Stato maggiore unitario diretto da Giosuè.

Questo tuttavia è improbabile per varie ragioni. Intanto, i dati archeologici dell’inizio del I millennio in Palestina non hanno portato alla luce i segni di una così vasta impresa bellica: le grandi città cananee, come Gerico, erano da tempo già in rovina probabilmente a causa della recente invasione dei Popoli del mare e gli israeliti, dunque, si limitarono ad occupare territori disabitati o non in grado di opporre adeguata resistenza. Inoltre la mentalità dei beduini, quali erano gli ebrei in quel momento, riconosce solo le gerarchie di clan ed è refrattaria a sottoporsi agli ordini di un comando supremo unitario.

La situazione storica dovette essere più complessa. Le tribù stanziate nel deserto (quelle che già c’erano prima e quelle venute dall’Egitto) tentarono a più riprese e da più punti di penetrare in Canaan appoggiati dai loro confratelli (le tribù dei figli di Lia) che da tempo vi occupavano alcune enclaves ai margini degli stati cananei. La debolezza di questi stati consentì, alla lunga, il successo dell’operazione, e gli ebrei da nomadi si trasformarono in popolazioni stanziali. Fu un processo lungo e certamente non sempre pacifico. La Bibbia insiste molto sulle distruzioni e sugli stermini perpetrati dagli israeliti contro i residenti nella terra di Canaan, anche perché
l’invasione era nobilitata dall’ideale religioso di imporre la religione di Yahweh sopprimendo i culti e le culture precedenti ed era quindi Yahweh in persona ad esigere dal suo popolo di annientare le realtà preesistenti. In questa volontà di giustificare in termini teologici la tradizionale attitudine dei nomadi alla violenza, all’invasione, al saccheggio e all’asservimento sta la radice di quell’intolleranza verso le altre culture che in linea di principio caratterizza le religioni monoteistiche di matrice biblica: l’ebraismo, il cristianesimo e soprattutto l’Islam.

Dopo la “conquista”, la Palestina presentò per almeno un secolo una situazione a “pelle di leopardo”. Gli israeliti sono stanziati qua e là, prevalentemente all’interno del paese, praticando un’economia agricola che ha sostituito la precedente pastorizia. In vari punti sopravvivono, fino all’epoca della monarchia, sacche di resistenza cananea; sulle coste i Filistei avevano costituito una potente confederazione di città-stato (Gaza, Giaffa, Ascalona) rette da un sovrano il cui titolo gli ebrei resero con s. èren (cfr. gr. τυ' ραννος, parola di etimo pre greco); da est le tribù nomadi non israelite (Moabiti, Ammoniti, Edomiti, Madianiti) continuavano ad esercitare la solita pressione sulle terre coltivate a suo tempo operata dagli stessi ebrei nomadi, creando una perenne situazione di conflitto; esistevano poi dei conflitti fra le stesse tribù israelite, come prova l’episodio biblico dei Giudici sullo sterminio della tribù di Beniamino. 

Ma l’antica cultura cananea, benché violentemente repressa, ebbe un notevole influsso su Israele che ne mutuò le tecniche agricole, i modelli artistici, letterari e sapienziali, lo stile degli edifici di culto e la nomenclatura religiosa, il diritto. Sorse così il contrasto, che percorre tutta la storia di Israele, fra lo spirito del deserto e la fede in Yahweh, da un lato, e le seduzioni della civiltà e della vita cittadina, con il pericolo incombente, avvertito soprattutto dai Profeti, di una ricaduta nel paganesimo per il contatto con gli altri popoli.

Note

*Tutti questi documenti si trovano in Ancient near eastern Texts Relating to the OldTestament, Princeton 1955.

*La genealogia è un tipico strumento del pensiero mitico che elabora a suo modo la realtà storica. Ad esempio anche nella mitologia greca gli Dei delle popolazioni preesistenti all’avvento degli indoeuropei possono essere riciclate come predecessori di quelli adorati dagli indoeuropei stessi: Crono e i Titani rappresentano la generazione anteriore a Zeus.

*Da notare che “Isacco” (il quale in origine poteva esso stesso essere un nome divino) vorrebbe dire “il Sorridente”!

*Apprendiamo per es. l’esistenza di una tribù in un primo momento legata all’aggregazione degli ebrei e poi esclusa, quella di “Caino”: il suo padre fondatore fu di conseguenza declassato a criminale mitico.




Prof. ssa © Giusy Ficarra Annunziatina/Paolina